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venerdì 2 gennaio 2015

Sindacati, basta difendere i fannulloni

Il caso di assenteismo dei vigili di Roma la notte di Capodanno è solo l'ultimo di una lunga, lunghissima lista di casi in cui dipendenti (per lo più nel settore pubblico) non è che siano proprio un buon esempio di lavoratore stacanovista.

Certo è che se l'83.5% non si presenta sul posto del lavoro, dandosi malato, guarda caso la notte di Capodanno (mica un mercoledì piovoso a caso di Ottobre...tanto per dire) è ovvio che ne segua un dibattito. Mettiamoci poi la politica di mezzo e i risultati li avete davanti agli occhi: socials, forum etc pieni di gente che discute dell'argomento, che chiede la "testa" dei vigili, dell'amministrazione, di Marino etc.

L'aspetto però più vergognoso della vicenda viene dai sindacati, uno in particolare. La UIL infatti ha annunciato la volontà di organizzare uno sciopero a favore proprio dei vigili:

"Ci sarà un crescendo di proteste - afferma Francesco Croce della Uil - tra assemblee generali e denunce pubbliche, che arriverà al primo sciopero di categoria della storia di Roma. Tutti i sindacati scenderanno in piazza insieme".

Non c'è limite alla vergogna, per davvero. E ancora vi stupite se i sindacati non è che stiano molto simpatici al sottoscritto.
Fortunatamente la CIGL per ora pare si sia defilata e abbia dato sostegno ai vigili che invece hanno lavorato.

Ecco, è bene che i sindacalisti sappiano una cosa che dovrebbe essere chiara ed ovvia ma che, evidentemente, per lor signori così tanto chiara ed ovvia non lo è: difendere il lavoratore fannullone (che ruba soldi allo Stato) equivale a danneggiare chi svolge il proprio lavoro, non una ma due volte! La prima perchè equivale difendere il salario del fannullone, uguale a quello dello stacanovista, nonostante la sua produttività sia molto minore; la seconda, perchè lo stacanovista dovrà lavorare il doppio, se no di più, in quanto dovrà svolgere anche il lavoro del fannullone.

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martedì 23 dicembre 2014

Gli stipendi degli italiani diminuiranno (prima di crescere)

Articolo scritto e pubblicato su MySolutionPost il 18/11/2014
 
I sindacati annunciano battaglia: in 50mila sono pronti a scioperare a dicembre contro la Legge di Stabilità che, a oggi, confermerebbe il sesto anno di blocco salariale in quanto anche nel 2015 gli stipendi del pubblico impiego non subirebbero ritocchi per mancanza di risorse. Il possibile sciopero si andrebbe ad unire alle varie manifestazioni sia del pubblico impiego sia di svariati lavoratori privati che lamentano da una parte i tagli di posti di lavoro, dall’altra il blocco dei salari se non la diminuzione degli stessi (-832 euro nel biennio 2010-2012 secondo Bankitalia).

In un periodo in cui i consumi delle famiglie sono in diminuzione (nel 2013 la spesa media mensile è in calo del -2,5% rispetto al 2012, dati Istat), bloccare se non diminuire lo stipendio di dipendenti pubblici e privati rischierebbe di far crollare ancora di più la spesa dedita ai consumi. Se a ciò uniamo anche una tassazione destinata ad aumentare (fra tasse locali e Iva), il potere di acquisto delle famiglie, già sanguinante, potrebbe esaurirsi totalmente.

Il risultato, senza nemmeno bisogni di dirlo, sarebbe una spirale negativa che coinvolgerebbe le imprese e di conseguenza il Paese tutto, con il rischio di perdite nel gettito fiscale che comprometterebbero il raggiungimento degli obiettivi di bilancio concordati nelle sedi europee.
Detto così il titolo di questo post non avrebbe senso: perché gli stipendi, nonostante tutto il ragionamento qui sopra, diminuiranno? La risposta è semplice: c’è troppa disoccupazione.
Il mercato del lavoro si basa su di un gruppo di agenti che domandano lavoro (imprese e talvolta il settore pubblico) e agenti che offrono lavoro (cittadini in età lavorativa). Senza complicare troppo le cose, se la domanda di lavoro è elevata, gli agenti che si offrono avranno un potere contrattuale maggiore, ergo potranno richiedere stipendi più alti. Se però la domanda scarseggia mentre l’offerta abbonda, allora in una logica di mercato quest’ultima dovrà diminuire il proprio prezzo (leggasi stipendio) fino a trovare un punto di equilibrio.

Oggi, purtroppo, la situazione è la seconda: la disoccupazione è alle stelle (specialmente quella giovanile) e le imprese faticano ad assumere (anzi...). L’offerta di lavoro eccede, e di gran lunga, la domanda. Per questo motivo chiedere oggi ritocchi salariali è fuori luogo, soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico

Se consideriamo la bassissima inflazione, il potere reale di acquisto degli stipendi è invariato e lo stesso potrebbe fin aumentare in caso di deflazione (come già accaduto pochi mesi fa). Non vi è quindi alcun bisogno, a oggi, di aumentare le retribuzione.
A essere precisi poi, bisognerebbe ricordare a sindacati e lavoratori del pubblico come i loro stipendi siano tutt’ora maggiori rispetto ai colleghi del privato (a dispetto di un produttività in media
minore), senza contare poi le maggiori tutele.
A sindacati e lavoratori del privato invece, è doveroso rammentare che la produttività media delle imprese italiane sia de facto ferma da 15 anni rispetto agli altri concorrenti UE:                             

Poletti _20141117 

Il destino degli stipendi italiani è quindi quello di diminuire in un primo momento per poi, solo successivamente, ricominciare a crescere al pari della produttività? Non necessariamente. Il problema infatti non è tanto lo stipendio in busta paga che ricevono mensilmente i dipendenti, ma il costo del lavoro di quel dipendente.

Il cuneo fiscale italiano è fra i più alti dei paesi dell’area Ocse: 47,8% per un lavoratore single senza figli contro il 35,9% di media e la differenza tende ad aumentare per gli altri casi (dati Ocse).
Se il Governo decidesse un taglio deciso alla tassazione sul lavoro, ecco che il pericolo di diminuzione degli stipendi sparirebbe, domanda e offerta tornerebbero a tendere verso l’equilibrio (meglio se supportati da una riforma seria e vera del mercato del lavoro stesso).

Questa sarebbe la soluzione ideale ed è ciò che i sindacati, tutti assieme, dovrebbero chiedere a gran voce. Gli aumenti salariali arriverebbero, nel medio-lungo periodo, automaticamente.

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lunedì 27 ottobre 2014

L'Articolo 18 è l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori

Articolo apparso su MySolutionPost in data 06/10/2014 con titolo "L'articolo 18: l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori"

Il dibattito politico italiano vive sempre di più di “mode”: ogni mese/due mesi i politici italiani tirano fuori dal cilindro un tema sul quale dibattere, spesse volte legato ad una particolare ideologia, concentrando in questo modo tutta l'opinione pubblica su di esso, dimenticandosi del resto.
Argomento del momento è l'articolo 18: da un lato abbiamo chi, come Renzi, lo vorrebbe cambiare o addirittura eliminare per rilanciare l'occupazione e la crescita; dall'altro chi, come una parte della sinistra e i sindacati, invece lo ritiene un simbolo della lotta proletaria al limite della sacralità assolutamente da non toccare.
Ma davvero la modifica dell'articolo 18 oggi è la condicio sine qua non l'occupazione non possa ripartire, le imprese non ricomincino ad investire e di conseguenza il Paese non torni a crescere?
Mettendo da parte le ideologie, il 18 è vero che rappresenta un problema per gli imprenditori attuali e quelli potenziali, in quanto nel caso di un licenziamento non solo non permette loro di avere costi certi (quindi programmabili) fra rimborsi al lavoratore e spese legali/processuali, ma addirittura non garantisce nemmeno l'allontanamento del dipendente. In praticamente nessun altro Paese Occidentale vige una così grande incertezza sulle spalle del datore di lavoro e ciò di sicuro rappresenta un limite (se proprio non vogliamo chiamarlo problema).
Anche (ma non solo, sia chiaro) per questo motivo le imprese medio/grandi sono riluttanti ad assumere a tempo indeterminato. Ma non è la principale causa che limiti le assunzioni delle imprese o impedisca agli investitori di aprire un'attività in Italia o ampliare quelle già estistenti.
I due primissimi responsabili che oggi limitano gli investimenti e le assunzioni in Italia sono l'eccessiva burocrazia e una tassazione fuori dal mondo sia dei profitti, sia dei lavoratori. Il costo del lavoratore nel nostro Paese è fra i più elevati nel Mondo e la causa di ciò (ma non credo ci sia bisogno di dirlo) non sono gli stipendi troppo alti, ma il loro costo gravato proprio dalle tasse su di esso!
È dunque il costo del lavoro il problema da risolvere oggi! In una situazione in cui la disoccupazione è a livelli mai visti (ergo si è in presenza di un eccesso di offerta di lavoro) e la produttività è stagnante, è ovvio che i salari tendano a diminuire per cercare l'equilibrio. Se non diminuirà la tassazione sul lavoro, il rischio inevitabile è che saranno gli stipendi stessi a diminuire.
Considerando il loro attuale livello e i consumi sempre più in crisi, la spirale potrebbe essere ancora più negativa.
Senza una riduzione sostanziale (leggasi: non i fantomatici 80€ in più in busta paga solo alcune fasce di reddito) di questo costo non si può sperare in una ripresa dell'occupazione.
A ciò, come detto in precedenza, bisogna affiancare una sburocratizzazione decisa riducendo tempi e costi per chi avesse idee e volesse investire, in modo da creare ex novo posti di lavoro e una riduzione generale della tassazione sull'attività imprenditoriale (profitti in primis), così da incentivare più persone a rischiare il proprio capitale in un investimento sul territorio italiano.
Fatto ciò, ma solo dopo, allora si può iniziare a discutere sul tema articolo 18 e da lì partire a riformare non solo il mercato del lavoro, ma anche degli ammortizzatori sociali (altro tema scottante). Prima è solo uno specchietto per le allodole, una distrazione per evitare di parlare dei problemi veri di questo Paese. Gli interventi da fare, ed urgentemente, sono ben altri.

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giovedì 19 dicembre 2013

Come la tua reputazione su Facebook si riflette nella vita reale

Facebook (nota: uso come esempio FB perchè è il più diffuso, ma vale per tutti) è più che mai parte integrante della nostra vita.Ci logghiamo almeno una volta al giorno tutti i giorni per vedere le news, spiare la vita degli amici, leggere se la ragazza/il ragazzo che ci piace, pubblicare messaggi e condividere link.
In media ognuno di noi ci passa circa 20 minuti al giorno, ma è una media: sono sicurissimo che la stragrande maggioranza di voi ci sta per almeno un'ora (2 o più se avete smartphone e circa la mia età) al giorno.

Fin qui più o meno tutto bene: è uno svago interessante, potenzialmente uno strumento molto utile, mal utilizzato da molti ma che sotto molti aspetti ha migliorato la vita di tutti noi. Ciò però che pare non essere tanto compreso da chi lo utilizza è il fatto che il social network non è una vita parallela, diversa o vituale senza collegamenti con la realtà. Non è il Second Life della situazione tanto per capirci, ma nemmeno la chat anonima che andava di moda 5-10 anni fa.

Facebook è un luogo di incontro virtuale sì, ma fatto da profili reali (fake esclusi) che corrispondono a persone reali. Il profilo è una sorta di carta d'identità del nostro essere e tutto ciò che facciamo (condivisioni, link, foto, commenti, messaggi) riflette ciò che siamo, così come accade con le nostre azioni nel mondo reale.

Se fai lo stupido nella vita reale, vieni etichettato come tale. La stessa idendica cosa accade su Facebook: scrivi idiozie, sei un idiota e non solo sul social, ma anche nella vita reale. Le due cose sono collegate, per questo ho esordito con un "è più che mai parte integrante della nostra vita".

Quante volte vi capita di vedere una persona per strada e ricordavela per qualche cosa che ha scritto o pubblicato sul social, sia essa buona o cattiva? Quante volte avete guardato un ragazzo o una ragazza e vi è subito venuta in mente una particolare foto che ha pubblicato, magari in qualche posa non proprio..."cattolica"? Oppure per un commento che ha scritto perchè la grammatica italiana deve essere una qualche cosa a lui sconosciuta?

Ciò che siamo, ciò che facciamo su internet ha lo stesso indentico valore di ciò che siamo e facciamo nella vita reale. Mettetevelo in testa. E in fretta anche. Ne va non solo della vostra reputazione, ma anche della vostra occupazione:

L'anno scorso "il 37% circa dei datori di lavoro fa uno “screening” sui social media per scoprire di più sui propri candidati. Il sospetto lo avevamo un po’ tutti ed a quanto pare era perfettamente giustificato.
Si tratta di una ricerca informale, che coinvolge principalmente Facebook, poi LinkedIn e per finire Twitter. Le cinque cose più cercate sono: il candidato si presenta in modo professionale? (65%); si potrà integrare bene con la “cultura aziendale”? (51%); sono presenti più dati di quanti non ne abbia detti a riguardo delle sue qualifiche? (51%); il candidato è una persona equilibrata? (35%). La quinta è la più preoccupante, ma anche la meno frequente: solo il 12% ha ammesso di cercare direttamente delle “ragioni per non assumere il candidato”."

Usate Facebook con la testa e comportatevi come se foste realmente seduti in un luogo di ritrovo reale. Ne va della vostra reputazione. Nella vita, quella di tutti i giorni.

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giovedì 1 agosto 2013

Fregature dei bandi dello Stato e verità sul perchè la burocrazia non venga eliminata

Fonte immagine: Espresso
Me lo ha postato un mio caro amico. Copio e incollo (mantenendo il linguaggio originale. Rende di più l'idea dell'umore di chi è dentro a queste cose) allegando anche un paio di messaggi che ci siamo scambiatifra di noi.

"E poi leggi un bando per un'offerta di collaborazione a un progetto pubblico.
Interessante, si parla di cose innovative, digital, smart city. Insomma, paroloni supercool, bella zio, yeah.
Si, proprio tutte quelle belle supercazzole di cui i nostri politici amano infarcire i loro discorsi, ultimamente, come se non ne avessero già pronte abbastanza, di cagate da dire.

Poi leggi che il progetto dura fino al 2015, e dunque ti costringerebbe a tenere un contratto (misero) per anni, fatturare e non poter accedere ad eventuali altre cose (un -ormai fantomatico- contratto di lavoro dipendente, ad esempio!) proprio per questo motivo.

Poi leggi le mille dichiarazioni che devi sottoscrivere, che sembrano messe lì giusto per dire "sei un p.iva, tu si che fai i soldi! Guarda che ti teniamo d'occhio, e con questi pezzi di carta lo faremo ancora di più, stai certo che ti becchiamo perché sei di sicuro un criminale".

Poi leggi che ti pagano in due tranche. Una a metà, una alla fine. Totale 4000 sacchi di cui 2000 all'anno, forse. I primi da 1.5 anni a questa parte. MINIMO. E intanto però il lavoro tu lo fornisci.

Ah dimenticavo, 4000 sacchi LORDI.

4000
- INPS 28% (per pagare non te, figurarsi, ma chi è andato in pensione a 40 anni e se la gode adesso)
- Tasse 5% (e ti va già bene che hai meno di 35 anni)
- Inflazione (facciamo per prudenza 2%)

=

2600 € in 2 anni e mezzo.

Eh beh. So'ssoldi.

Poi leggi che per fare domanda, sì, soltanto per quello, ti chiedono 16 euro di marca da bollo.

Non 2 euro. Non semplicemente "una mazza" come dovrebbe essere.
SEDICI EURO.

(e non osate dirmi "è così eh, cosa credi?", state bene attenti)

Insomma, diciamo che un paio di cene con tutte le domande che riceveranno, se le tireranno su.

Ed è così che ti fermi un attimo, e pensi: "ma che minchia sto facendo?".

E mandi a quel paese tutto, il tempo perso anche solo a leggere e stampare la carta, e pensi seriamente: "e se quei 16 euro... 16 giusti giusti... me li giocassi in gratta e vinci? Mi sa che mi conviene. Non ne tirerò su 4000 ma magari ci scappa l'aperitivo".

Vai a farti la doccia. Sotto l'acqua pensi ancora.
"Dai, fa fresco. Un giretto giù in paese. Un paio di gratta e vinci. Se ci va bene magari dopo ci mettiamo anche una sambuca. Stasera mamma fa la pasta."

Sì, proprio così. Proprio così fan crescere i giovani, li fanno uscir di casa, cambiare vita, crescere una famiglia, guadagnarsi onestamente il pane, insomma, IL FUTURO.

Si, si. Proprio così che il paese funziona.

Eh si."
Da questo poi è scaturita una "dicussione" (non so se sia corretto chiamarla così, visto che eravamo d'accordo su tutto) interessante.

Il sottoscritto fa notare che, oltre alle tasse da pagare, lo Stato con quei 16 euro alla fine ci guadagnerà pure. Pensate a quanta gente farà domanda e pagherà quei 16 euro di marca da bollo: mille? 5mila? 10mila? E dovrà pagare 4mila euro lordi. Un bel guadagno.

Considerazione interessante del mio amico:

"Eh già. Ma il lavoro, quello vero, stipendiato, sai a chi lo danno?
A quello che ha scritto il bando.
A quello che raccoglie i soldi delle marche da bollo.
A quello che vende i baracchini che stampano le marche da bollo (azienda sicuramente partecipata
statale).
A quello che farà il colloquio.
A quello che sta lì a guardare mentre ti fanno il colloquio.
A quello che apre la porta quando vai al colloquio.
Al bar che porta i caffé il giorno del colloquio.
A quello che coordina.
A quello che supervisiona.
A quello che controlla.
Al tizio dell'INPS che fa i controlli.
Al tizio dell'INAIL che fa i controlli.
A quello che scrive i dettagli della fattura.
A quello che si preoccupa di gestire i pagamenti.
A quello che si preoccupa di sollecitare i pagamenti che non arrivano.
A quello che dovrà riscrivere tutto quando sarà cambiato il sindaco.
Al notaio."

E purtroppo è vero. Al che aggiungo una piccola e scomoda verità, sul perchè la tanto odiata burocrazia sempre lì rimane da anni e anni:

"Quando sento parlare di "eliminare la burocrazia" mi vien da ridere. Eliminare la burocrazia vuol dire lasciare a casa un fracco di gente che non serve a nulla. Non dico sia lavativa, anzi! Molti si impegnano pure in quel che fanno, sicuramente. Però sono lavori inutili. Non è che dall'oggi al domani elimini queste cose perchè, purtroppo, c'è tutto un sistema che ci vive"

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giovedì 27 giugno 2013

Un decreto lavoro che uccide la meritocrazia, contro giovani e imprese

Ieri il governo Letta ha varato il Decreto Lavoro 2013 tanto atteso da tutti, giovani in particolare viste le dichiarazioni che lo hanno preceduto.

Il costo del pacchetto è di 1.3 miliardi di cui 800 circa riguardano i tanto discussi sgravi per i giovani in difficoltà ed è proprio su questo che voglio focalizzare l'attenzione.

Sia chiaro che chi vi parla è un giovane, quindi un diretto interessato della riforma Letta. Sono felice? Assolutamente no. Trovo sia fuffa, sabbia negli occhi che come unico scopo ha quello di accecare una parte della popolazione e far arrabbiare l'altra.
Sì perchè non tutti i giovani/lavoratori rientrano nel decreto, ma solo alcuni con determinati requisiti spiegati nell'articolo 1 comma 2:
L’assunzione di cui al comma 1 deve riguardare lavoratori, di età compresa tra i 18 ed i 29 anni, che rientrino in una delle seguenti condizioni:
a) siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;
b) siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale;
c) vivano soli con una o più persone a carico
A questo bisogna aggiungere, come detto al comma 5:

L’incentivo di cui al comma 1 è corrisposto, pe r un periodo di 12 mesi, ed entro i limiti di seicentocinquanta euro mensili per lavoratore, nel caso di trasformazione con contratto a tempo indeterminato, sempre che ricorrano le condizioni di cui ai commi 2 e 3. 

Gli accecati sono quindi coloro i quali rientrano nei parametri stabiliti dal decreto, gli arrabbiati quelli che ovviamente rimangono fuori da essi. Forse non si scatenerà una guerra fra poveri, però non accetto minimamente questa discriminazione fatta da un decreto che non risolve il problema "lavoro".

Una riforma di questo tipo avrà come risultato quello di uccidere la ben poca meritocrazia rimasta in questo paese, per il semplice motivo che le aziende non assumeranno più in base al merito ma agli incentivi che mamma Stato darà a loro! De facto, lo Stato sta "obbligando" gli imprenditori ad assumere certe persone che lui vuole vengano assunte perchè sennò non avranno alcun tipo di aiuto.
Non sono pià gli impreditore a decidire chi assumere e quando farlo, ma politici che per la maggiore non hanno mai lavorato in un'impresa in vita loro. Bello no?

Non voglio essere cattivo, ma un giovane che nel 2013 non abbia nemmeno un diploma professionale forse, al posto di andare in giro tutto il giorno a cazzeggiare mentre i suoi coetanei erano a casa a studiare, avrebbe dovuto fermarsi a riflettere un secondo e non lamentarsi perchè è un fallito che non sa fare nulla nella propria vita. (Da questo ragionamento sono esclusi quelli che si sono creati il proprio lavoro dal nulla, coltivando la propria passione).

Perchè poi dovrei assumere uno solo perchè non vive più con i genitori e ha una persona a carico? E se ci fossero giovani, molto più bravi e meritevoli di quello, che vivono da soli senza persone a carico o con i genitori ma vorrebbero andarsene di casa? Perchè penalizzarli in questo modo?

E che dire del primo punto( incentivi solo a chi è a casa da sei mesi o più)? Quindi se uno dorme fino alle 2 di pomeriggio, non si sbatte a cercare un posto di lavoro anzi, se ne frega altamente, è giusto che abbia l'incentivo a spese di un altro disoccupato, meritevole, a casa da 1 mese perchè l'azienda dove lavorava ha chiuso per le troppe tasse da pagare.

Poveri sfigati poi quelli che hanno appena compiuto 30 anni e che quindi non rientrano nel decreto. Mi spiace per voi. Arrangiatevi. E chissene se siete bravi. Magari in un altro paese (chessò, Germania) vi assumono.

Chi mi segue sa bene che reputo gli incentivi uno spreco di denaro pubblico, in quanto mettono solo una pezza molto costosa su ferite profonde che richiedono la sala operatoria.
Il problema italiano del lavoro è il mercato del lavoro stesso, costruito male, in un tempo che non esiste più e che tutela alcuni a spese di altri (giovani e chi ne è fuori). Sarebbe stato meglio riformarlo totalmente, spendendo soldi per un sussidio di disoccupazione (in sostituzione della Cassa Integrazione) e per formare e riqualificare i disoccupati (giovani e non).
Mi sembra inutile dirvi che, una volta scaduti i bonus, le imprese non rinnoveranno i contratti a questi giovani e saremo di nuovo al punto di partenza, con soldi in meno da spendere, qualche azienda in meno nel frattempo fallita e molti giovani bravi e meritevoli (magari diplomati e laureati) andati via dall'Italia.

Ma continuiamo così. Al baratro non c'è mai fine e nemmeno alle ricette idiote dei politicanti.

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martedì 30 aprile 2013

Perchè il problema vero è l'IMU....

Cose che chi legge il blog saprà già. Sempre meglio ricordarlo, soprattutto quando sentite politici parlare di tagliare tasse, in particolare l'IMU.

Almeno il problema fosse l'IMU...purtroppo non lo è (anzi, togliere quello senza dimuire le altre sarebbe fin peggio).


fonte
Se lo toglieranno, mi raccomando: non lamentatevi se sarà solo un contentino molto populista che non vi risolverà alcun problema (a voi ceto medio-basso s'intende).

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venerdì 8 marzo 2013

8 Marzo:"Buona festa della donna", ricordando le troppe disparità economiche

Oggi è l'8 marzo giorno in cui, come tutti sanno, si celebra la festa della donna. L'origine di questa data viene dalla protesta delle donne russe nel 1917 per porre fine alla guerra. Come riporta Wikipedia,
"l'8 marzo 1917 (il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia) le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: la fiacca reazione dei cosacchi inviati a reprimere la protesta incoraggiò successive manifestazioni di protesta che portarono al crollo dello zarismo, ormai completamente screditato e privo anche dell'appoggio delle forze armate, così che l'8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l'inizio della «Rivoluzione russa di febbraio». Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò all'8 marzo la «Giornata internazionale dell'operaia»."
E' con questo stesso spirito che dovrebbero festeggiare la loro giornata, sia in quanto donne sia in quanto lavoratrici.
Si parla giustamente delle violenze, dei maltrattamenti e del fatto che purtroppo la violenza sulle donne sia diventata tema ricorrente nei fatti di cronaca dei TG, senza dimenticare tutti gli altri casi silenziosi, non denunciati per paura di ripercussioni, vendette a causa di uno Stato che non condanna duramente quando deve e non protegge di ha il coraggio di denunciare.

Accanto a ciò però, le operaie di una volta, impiegate e in carriera di oggi devono protestare contro le disparità di trattamento e di stipendio al lavoro. Siamo in un'Europa in cui le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare tanto quanto un uomo. Il divario retributivo medio si è attestato nel 2010 a 16.2%, in calo rispetto al 17% e più degli anni precedenti ma sempre troppo ampio. (fonte dati).

L’obiettivo della Strategia Europa 2020 è quello di portare il tasso di occupazione femminile al 75%. Alcune aziende si stanno già muovendo:

  • la società editoriale tedesca Axel Springer AG ha varato nel 2010 il programma “Chancen: gleich!” (Stesse opportunità!) con l’obiettivo di portare al 30% la percentuale di donne con posizioni dirigenziali nell’arco di 5-8 anni;
  • la Kleemann Hellas SA, impresa greca che fabbrica ascensori, intende aumentare il numero di donne addette ai servizi vendita e assistenza tecnica, rompendo gli stereotipi e riducendo la segregazione di genere. Il progetto “Diversità e uguaglianza di genere” ha permesso di portare la presenza femminile nel dipartimento vendite dal 5% del 2004 al 30% nel 2012;
  • in Lituania, la compagnia di telefonia mobile Omnitel ha realizzato il progetto “Creare un ambiente di lavoro favorevole alle famiglie” che intende rendere l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata parte integrante della cultura organizzativa dell’impresa dando al personale la possibilità di lavorare in modo flessibile. Il progetto ha fatto salire la percentuale di donne manager nell’impresa;
  • in Germania, il “German Women’s Leadership Council” dell’IBM incoraggia le donne a intraprendere una carriera nel settore delle telecomunicazioni fornendo un tutoraggio personalizzato e a distanza alle studentesse nelle scuole e offrendo un tutoraggio anche alle colleghe più giovani che si avviano ad una carriera specialistica o manageriale.
In Italia? Da noi, come avevo già mostrato:

Circa il 70% dei responsabili degli uffici stampa delle aziende è rappresentato da donne, e una presenza femminile quasi analoga si registra tra i direttori (o meglio le direttrici) dell'area della comunicazione.
E' quanto emerge dalla previsione per il 2012 (ma datata 2007) di Censis Servizi, previsione che sembra per il momento essere stata rispettata. Nel nostro Paese infatti le aree Comunicazione e Ufficio Stampa si caratterizzano per una netta predominanza di donne, le quali stanno lentamente accrescendo anche la percentuale di dipendenti-donne totale, stimata intorno al 50% [Istat 2010]. Pari opportunità dunque? Non proprio. Dagli anni '60 ad oggi, la percentuale di donne professioniste nel mondo delle Pubbliche Relazioni (iscritte alla Ferpi, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) è passata dal 15 al 57%.

Il problema è che se le donne risultano essere molto numerose alla base, non lo sono altrettanto ai vertici aziendali, se escludiamo, ovviamente, quelle aree strategiche che riguardano la comunicazione. Nei settori finanziari e nelle risorse umane infatti, a prevalere sono ancora gli uomini, così come nella direzione generale; qualche passo in avanti è stato fatto nel campo del marketing, nel quale quasi il 50% degli addetti è rappresentato da donne, ma la strada per arrivare alla parità con gli uomini è ancora lunga.
Se si pensa che in Italia solo il 4% di top manager è di sesso femminile (contro il 41% della Norvegia), secondo un reportage realizzato dal Wall Street Journal a fine 2010, è facile capire come non si possa parlare di pari opportunità.

E questo è solo un esempio, fra l'altro dei più postivi. In Italia infatti la partecipazione femminile al mercato del lavoro rimane tra le più basse d'Europa:
Lo afferma Confartigianato, sottolinenado che il tasso di inattività delle donne nel nostro Paese è del 48,9%, a fronte della media europea del 35,5%. Peggio dell'Italia fa soltanto Malta. Il dato emerge dall'Osservatorio sull'imprenditoria femminile curato dall'Ufficio studi di Confartigianato. Secondo l'associazione, "siamo in ritardo di 23 anni rispetto all'Europa" perché il nostro attuale tasso di inattività delle donne è uguale a quello registrato nel 1987 dai Paesi dell'allora Comunità europea. (fonte)

Sul fatto che nel nostro paese siamo indietro di 2 decenni su tutto, non è una novità.

Auguro quindi a tutte le donne un buon 8 marzo nella speranza che, assieme al riposo e al divertimento, sai un punto di partenza per riflettere sulla vostra condizione al fine di cambiarla e renderla uguale a quella di noi uomini.

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mercoledì 27 febbraio 2013

Abolire (alcune) pensioni e stipendi pubblici per finanziare il reddito da cittadinanza? Parliamone

L'ultima proposta di Grillo. Un mio commento ed una proposta alternativa.


Ieri sul blog di Beppe Grillo è uscito un post in cui, fra le altre cose, il leader del movimento 5 stelle dice testualmente:

Le giovani generazioni stanno sopportando il peso del presente senza avere alcun futuro e non si può pensare che lo faranno ancora per molto. Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch'essi dalle tasse. E' una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese.

Quello che dice è assolutamente vero: il peso del settore pubblico, TUTTO il settore pubblico, è insostenibile e sta stritolando il paese. Chi mi segue queste cose le sa visto che le dico da mesi e mesi.

Il termine"abolire" del titolo l'ho preso dall'Huffington post ma è una loro interpretazione: Non si aboliscono, ma si tagliano e nel tagliare alcune verranno de facto abolite. Devo ricordare però a Grillo che non si possono tagliare dall'oggi al domani le spese (vedi Tremonti), soprattutto quando si tratta di stipendi! So benissimo anche io che tutte quelle guardie forestali al sud sono un inutile spreco di denaro, ma non si possono licenziare di colpo. L'effetto sarebbe altamente recessivo e metterebbe in ginocchio migliaia di famiglie.

La soluzione però c'è:

Va sostituita con un reddito di cittadinanza

In pratica, con i soldi risparmiati si darebbe loro il reddito di cittadinanza. Avremmo quindi una sorta di sussidio di disoccupazione per tutti coloro i quali perderanno il lavoro. La domande che mi sorgono però sono due:

1) Perchè non riformare tutto il sistema assistenziale a chi perde il lavoro, abolendo la Cassa Integrazione (che non capisco come faccia ancora ad esistere) e introducendo un vero e proprio sussidio di disoccupazione?

2) Sostituendo lo stipendio con il reddito, non si fa altro che pagare persone per stare a casa a far niente. Le spese per lo stato sarebbero uguali. Nel caso però in cui il reddito sia minore dello stipendio, avremmo lo stesso problema di prima: migliaia di italiani si ritroverebbero con meno soldi in tasca e l'effetto sarebbe recessivo.

Cosa fare allora?

Per prima cosa, ridurre stipendi di tutti gli alti burocrati, dirigenti pubblici, politici, aiutanti etc strapagati. Secondo, porre un limite massimo alle pensioni pubbliche (3 mila euro possono bastare no? Il risparmio sarebbe di 5 miliardi).  In questo modo si recuperano un po' di soldi che, uniti ad altri tagli mirati agli sprechi, fornirebbero soldi per il sussidio di disoccupazione ed una prima riduzione della pressione fiscale.
Il terzo punto è quello più delicato: la mia idea è quella di bloccare quasi totalmente le assunzioni nel pubblico, ovvero chi va in pensione non viene sostituito da un nuovo lavoratore. La sostituzione deve avvenire con un altro dipendente pubblico che, nel frattempo, si è riqualificato (e in parte sta già succedendo). In questo modo avremmo nel tempo un ricambio gratuito senza intaccare i servizi, risparmiando molti soldi da destinare all'abbattimento della pressione fiscale su imprese e redditi le quali ricominceranno ad investire e quindi ad assumere nuovi lavoratori.

Questa mi sembra una buona idea da cui partire per cambiare il paese. Cosa ne pensate?

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mercoledì 20 febbraio 2013

Grillo in Piazza Duomo propone di lavorare 20 ore a settimana: realtà o populismo?

Quanto costa la proposta di Grillo di lavorare 20 ore a settimana per combattere la disoccupazione? E' realizzabile o meno? Per fortuna c'è la matematica.

Grillo in Piazza Duomo. Fonte: Andkronos
Ieri 100.000 persone (secondo i dati 5 stelle) erano in piazza Duomo ad ascoltare Beppe Grillo nel suo comizio più popoloso e più importante (dato il peso della Lombardia in Senato).

Fra le tante cose dette più o meno vere (una balla letta proprio prima di scrivere l'articolo) ci sono state un paio di dichiarazioni che mi hanno colpito in modo negativo. Ad un certo punto Grillo dice più o meno così
"Ridurre i consumi energetici e lavorare 20 ore a settimana [...] la soluzione per la disoccupazione è lavorare tutti meno"

A parte che dovrebbe spiegarmi cosa intenda per "lavorare tutti meno" (ridurre solo le ore di lavoro o mandare anche la gente in pensione prima?) e mi dimostri che lavorare meno si lavora tutti. 

Non voglio però parlare direttamente di questo, quanto della proposta di lavorare solo 20 ore a settimana. Presumo che Grillo intenda mantenere gli stipendi almeno al livello attuale (e giù son bassi in confronto agli altri paesi occidentali), perchè è la paga minima per vivere (e in alcuni casi sopravvivere). 
E' fattibile? Quanto costa? Basta un po' di matematica e si scopre subito.

Prendo i dati comunicati dalla CGIA di Mestre: su un imponibile di 1.672 euro circa l'impresa deve pagare INAIL, INPS per un totale di 531 euro a cui bisogna aggiungere 37 euro di Irap (ho verificato i conti con il costo di impiegato full time dove lavoro io e quadrano, tanto per avere un'ulteriore conferma) per un totale di 568€. Da quei 1672€, a carico del nostro lavoratore ci sono contributi (159€) ed addizionali (287€), che abbattono la sua paga a 1226€ al mese. 

Lavorare 20 ore a settimana equivale a dimezzare l'imponibile per l'azienda, che passerebbe quindi da 1672€ a 836€. Come detto però, le persone devono percepire lo stesso stipendio del full time per campare. 

Se togliessimo tutte le tasse del full time a carico dell'azienda arriveremmo ad una retribuzione lorda di 1404€.  Mancherebbero 268€ quindi il nostro dipendete non arriverebbe a prendere i 1226 euro al mese che percepisce ora. 
Se però togliessimo IRPEF ed addizionali ecco che  più o meno riusciamo a tornare al livello di prima (se non a percepire qualcosina in più).

Non tanto è tantissimo, però se consideriamo che lavora 20 ore a settimana, è tutto sommato per ora più o meno è accettabile. Se vogliamo però esagerare, i contributi, riuscirebbe ad arrivare a 1500 euro. 
Ecco che abbiamo centrato il nostro obiettivo: far vivere bene economicamente il nostro impiegato facendolo lavorare 20 ore a settimana, proprio come propone Grillo.

A che prezzo però? Le aziende non pagheranno Irap nè verseranno contributi così come i dipendenti, che in più non pagheranno l'Irpef. 
I politici fanno salti mortali per trovare i 32 miliardi per eliminare l'Irap, mi sembra quindi inutile aggiungere altro a riguardo di una proposta del genere.

Questo, in una parola, si chiama POPULISMO. Poi ci chiediamo il perchè non vada in tv a confrontarsi...

@Rebel Ekonomist

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sabato 10 novembre 2012

Costo del lavoro alto e in crescita: Italia bocciata

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I PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) fanno i compiti a casa, diminuendo il costo del lavoro. L'altra "I", l'Italia, per ora no...


Il costo del lavoro è una componente molto importante per quanto riguarda la produttività e la competitività di un paese. Avevo già parlato tempo fa postando un grafico con dati eurostat, mostrando come l'Italia, assieme alla Grecia, fosse il paese con il costo del lavoro elevato (rispetto ad esempio alla Germania), nonostante il livello degli stipendi non sia per nulla alto.

Gli analisti di Credit Swiss, su dati della Commissione Europea, hanno elaborato un grafico "che mostra l’evoluzione della grandezza fondamentale per valutare la competitività di un paese: il tasso di cambio effettivo (cioè ponderato per i flussi commerciali), e reale, cioè deflazionato per il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o unit labour cost, secondo la terminologia anglosassone). Secondo questa grandezza, quasi tutti i PIIGS hanno fatto i compiti a casa, e anche con profitto, come si vede soprattutto nel caso dell’Irlanda." (fonte citazione e grafico: Phastidio)



Come si può notare, l'Italia è l'unico paese in cui il cambio effettivo reale non è diminuito, anzi è aumentato nonostante la crisi. Ciò penalizza e penalizzerà le nostre esportazioni (alla faccia di quelli che vorrebbero svalutare...qui bisogna intervenire!) con conseguenze ovvie per le nostre imprese.

Cosa fare allora? Scartata l'ipotesi svalutazione, le vie sono due (anche questo già detto): o si tagliano le tasse sul lavoro oppure si diminuiscono gli stipendi. Purtroppo questo governo tecnico non vede di buon occhio il tagliare (spesa e tasse) e da tempo sembra intenzionato ad andare nella seconda direzione.


martedì 23 ottobre 2012

Io, giovane studente, do ragione alla Fornero. Anche se...

I giovani non devono aspettare il lavoro dei sogni: "Meglio cogliere la prima occasione e poi guardarsi intorno." Queste le parole del Ministro Fornero che hanno suscitato sdegno e contestazione di esponenti dei Cobas e di Rifondazione Comunista. Propongo una mia riflessione, visto che, da giovane quale sono, mi sento tirato in ballo.


"Non devono essere troppo choosy (in inglese: esigenti, difficili, ndr) nella scelta del posto di lavoro. Lo dico sempre ai miei studenti: è meglio prendere la prima offerta di lavoro che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno, non si può più aspettare il posto di lavoro ideale, bisogna mettersi in gioco" (Elsa Fornero, da Repubblica)

 Posso capire la situazione difficilissima e l'antipatia nei confronti del Ministro del Lavoro e del Welfare, però sinceramente a me queste poche parole mi sembrano non giuste, ma giustissime.

Non so voi, ma io da solo mi dico e consiglio ai miei amici, ma come fanno i miei e i loro genitori, di cogliere (mi spiace, non trovo un verbo migliore) qualunque opportunità di lavoro e non solo in tempi di crisi come questi, ma in generale.
Questo vale da sempre: non penserete mica che 30 anni fa le cose fossero diverse o che oggi in USA, Germania lo siano vero? La "gavetta" la si fa ovunque e se non si trova il lavoro dei sogni ci si arrangia. Son d'accordo poi sul fatto che in Italia non vi sia meritocrazia, ma questa non può e non deve essere una scusa per stare a casa far niente.

In questo caso la Fornero ha ragione, però, un appunto deve essere fatto. A parole sono tutti capaci di dire cose giuste. E' quando si passa ai fatti che i nodi vengono al pettine e si capisce di chi fidarsi e di chi no.

Sarò banale ma, specialmente in Italia, molti figli ricevono "per miracolo" degli ottimi lavori come prima offerta, senza esser capaci di far niente (sto generalizzando, ma concedetemelo).
E' il caso proprio della figlia del Ministro la quale, appunto per miracolo, si è sistemata subito a vita proprio con il lavoro che ha sognato. Magari è bravissima, però non credo che in Italia non ci fosse stato nessuno, con più esperienza, che quel posto se lo sarebbe meritato di più.

In sostanza: cara Fornero, condivido le sue parole, ma non può dire cose giuste da una parte, ma dall'altra smentirle comportandosi in maniera diversa con i propri parenti! Il non essere choosy deve valere per TUTTI, non solo per noi giovani sfigati figli di cittadini comuni.
Forse però, quando si è figli di un ministro (ad esempio), non si ha nemmeno il tempo di essere choosy...

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sabato 6 ottobre 2012

Se non si tagliano le tasse, si dovranno tagliare gli stipendi

Il costo del lavoro in Italia è alto, troppo alto, nonostante gli stipendi siano mediamente bassi. Per far ritornare le imprese competitive sul mercato, o si riforma il lavoro assieme al fisco (aka tagliare le tasse), oppure, come successo in altri paesi, saranno gli stipendi a rimetterci.

La realtà a volte è crudele, ma quando lo è essa può insegnare, dare delle lezioni che poi (se apprese) serviranno ad evitare il ripetersi degli eventi che l'avevano resa tale.
In Italia abbiamo un problema molto serio riguardante gli stipendi: il salario reale del cittadino italiano è praticamente fermo da 20 anni circa (nel primo decennio del 2010 hanno registrato un +0.9%), il che coincide bene o male con la crisi di produttività del paese.

Se è vero che in Germania i salari sono cresciuti più o meno di quel passo (+1%), vi sono delle differenze:

I salariati hanno comunque beneficiato di altri progressi. Da un lato lavorano molto meno di 20 anni fa: ogni lavoratore nel 2011 secondo dati del Bundesamt ha lavorato il 9.7 % in meno rispetto al 1991. Dall'altro lato oggi in Germania lavorano piu' persone di allora - nel complesso in Germania nel 2011 c'erano 2 milioni di lavoratori in piu' rispetto a 20 anni prima.

E' da notare poi che il livello dei salari netti in Germania è molto più alto rispetto all'Italia quindi i tedeschi possono permettersi un livello salariale molto simile al passato e vivere molto bene lo stesso, anzi meglio visto che lavorano di meno (non ditelo però a Polillo). Considerando poi che la produttività è aumentata, il tutto è a beneficio delle aziende e dei giovani/disoccupati che trovano lavoro più facilmente.

Veniamo ora ai paesi in difficoltà: JPMorgan ha elaborato un grafico elaborato  illustra, per ognuno di loro, l’evoluzione di costo del lavoro nominale per unità di prodotto, disoccupazione e saldo delle partite correnti dall’inizio della crisi ad oggi. Si vede benissimo come "il nostro paese è l’unico tra i Piigs ad aver registrato nel periodo un aumento del costo del lavoro nominale per unità di prodotto, mentre gli altri hanno proseguito sulla strada della deflazione salariale. Analogamente, l’Italia ha finora registrato un minor deterioramento del proprio mercato del lavoro (tutto è relativo, ovviamente, considerando anche il livello di partenza del tasso di disoccupazione), e pare non aver fatto particolari progressi nel restringimento del deficit delle partite correnti, mentre gli altri quattro paesi sembrano aver “beneficiato” soprattutto di un crollo delle importazioni che, almeno da questi dati, pare superiore al nostro.Se obiettivo è quindi quello di recuperare competitività, pare che non ci siamo proprio. (fonte: Phastidio)."

Se andiamo a vedere il costo unitario del lavoro nel manifatturiero notiamo che quello italiano è cresciuto maggiormente (anche della Germania):



Mi spiace dirlo, ma a queste condizioni anche da noi si arriverà alla diminuzione dei salari. Qualcuno di voi sicuramente protesterà per il fatto che i salari REALI sono bassi. Ovviamente concordo, ed è proprio per questo motivo che è necessario abbattere il costo del lavoro tagliando la tassazione sul lavoro stesso. Le tasse sul lavoro in Italia sono sul gradino più alto dei paesi europei, con una differenza di 10% circa dalla media UE.

Se si vuole evitare un aggravarsi della crisi dovuto ad un minor potere d'acquisto del cittadino medio in seguito alla diminuzione dei salari e alla disoccupazione in aumento, bisogna assolutamente abbassare le tasse che gravano sulla busta paga stessa. Per fare ciò, mi spiace insistere, ma bisogna tagliare la spesa, non si scappa. Già che ci siamo, eliminare il TFR, mettendo la quota direttamente in busta paga ogni mese.

Non ditelo però a quei fantomatici politici che, in campagna elettorale, promettono di tagliare altre tipologie di tasse, ad esempio quelle sul patrimonio come l'IMU, non capendo un fico secco della realtà che li circonda.

giovedì 26 luglio 2012

La Camusso, Termini Imerese e il fantomatico produttore di auto Giapponese

Il magico mondo della Camusso e del produttore di auto giapponese che verrebbe perchè a lei va bene così.

Avete presente quando sentite certe frase e non sapete se ridere o piangere? Ecco questa è una di quelle e stavolta non è detta da voi-sapete-chi. Autore della perla è il segretario generale della CGIL, all'anagrafe Susanna Camusso.Vi riporto le sue dichiarazioni (grassetti miei):

"I temi veri - osserva interpellata alla Camera a margine di un'audizione - sono Termini Imerese, Iribus, Iveco e allora il tema che il Governo Italiano dovrebbe porsi, invece di inseguire i comportamenti della Fiat, e' quello di determinare le condizioni per attrarre un altro grande produttore di auto, gia' affermato sul mercato; gli stabilimenti ci sono, a prescindere se la Fiat se ne vuole andare o no"
Quanto ai potenziali candidati, a chi ipotizza marchi europei Camusso risponde: "Mi va bene anche un grande giapponese!".

Fa ridere perchè da quando un sindacalista di un paese X decide chi dovrebbe andare a produrre là e non in Y o Z; fa piangere perchè il segretario CGIL evidentemente ci crede davvero. 

Camusso, vuole un consiglio? Si metta il cuore in pace. I giapponesi non verranno mai, almeno fino a quando la situazione non cambia. E li capisco: per quale assurdo motivo dovrebbero venire in un paese con pressione fiscale per le imprese disumana, servizi orrendi, burocrazia inefficiente, articolo 18 e sindacati (quindi anche lei) così potenti da proteggere tutto e tutti A) rendendo de facto quasi illicenziabili gli operai anche quando lo meriterebbero e B) facendo dimenticare a qualcuno che oltre ai diritti ci sono anche i doveri.

Perchè mai un giapponese dovrebbe venire qui e non, ad esempio, in Inghilterra?

lunedì 9 luglio 2012

La Comunicazione è donna

Il capitolo 10 del manuale di McQuail si occupa dell'organizzazione mediale attraverso diversi livelli di analisi, concentrandosi soprattutto sui rapporti tra i soggetti coinvolti. Un paragrafo finale introduce un tema che mi ha interessato molto, quello del ruolo femminile all'interno dell'informazione. Utilizzando i dati di uno studio del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) del 2007 e i dati Istat 2010 (statistiche di genere), ho provato a fare il punto sul rapporto che lega le donne ai settori della comunicazione. 

Circa il 70% dei responsabili degli uffici stampa delle aziende è rappresentato da donne, e una presenza femminile quasi analoga si registra tra i direttori (o meglio le direttrici) dell'area della comunicazione.
E' quanto emerge dalla previsione per il 2012 (ma datata 2007) di Censis Servizi, previsione che sembra per il momento essere stata rispettata. Nel nostro Paese infatti le aree Comunicazione e Ufficio Stampa si caratterizzano per una netta predominanza di donne, le quali stanno lentamente accrescendo anche la percentuale di dipendenti-donne totale, stimata intorno al 50% [Istat 2010]. Pari opportunità dunque? Non proprio. Dagli anni '60 ad oggi, la percentuale di donne professioniste nel mondo delle Pubbliche Relazioni (iscritte alla Ferpi, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) è passata dal 15 al 57%.

Il problema è che se le donne risultano essere molto numerose alla base, non lo sono altrettanto ai vertici aziendali, se escludiamo, ovviamente, quelle aree strategiche che riguardano la comunicazione. Nei settori finanziari e nelle risorse umane infatti, a prevalere sono ancora gli uomini, così come nella direzione generale; qualche passo in avanti è stato fatto nel campo del marketing, nel quale quasi il 50% degli addetti è rappresentato da donne, ma la strada per arrivare alla parità con gli uomini è ancora lunga.
Se si pensa che in Italia solo il 4% di top manager è di sesso femminile (contro il 41% della Norvegia), secondo un reportage realizzato dal Wall Street Journal a fine 2010, è facile capire come non si possa parlare di pari opportunità.

Previsioni sulla % di dipendenti donna in ambito comunicazione -anno 2012- (val%)

La più alta presenza femminile è riscontrabile già all'interno dei percorsi formativi dedicati all'area della comunicazione.
 Le ragazze iscritte al corso di laurea “Scienze della Comunicazione” sono circa il 60% del totale e rappresentano il 70% dei laureati in materia. Dati proporzionalmente analoghi si riscontrano tra il numero di iscritti ai master post-laurea. Non bisogna inoltre dimenticare che lavorano nella Comunicazione anche ragazzi e soprattutto ragazze che hanno magari seguito percorsi formativi affini, ma non direttamente inerenti all'ambito comunicativo.

Ma quali sono quindi le caratteristiche che fanno si che le donne si impongano sul sesso forte nei settori della comunicazione? Nel corso della sua indagine, il Censis ha intervistato un campione di donne in carriera e ha chiesto loro di indicare i punti di forza e di debolezza che contraddistinguono le donne sul lavoro.

Ecco cosa è emerso:

PUNTI DI FORZA
  • tenacia e determinazione 
  • chiarezza di vedute 
  • formazione continua 
  • intuito 
  • eticità e onestà intellettuale

 PUNTI DI DEBOLEZZA
  • eccessiva emotività 
  • scarsa preparazione 
  • “dipendenza” dagli uomini 
  • eccessivo carrierismo 
  • ansia di perfezionismo 

Dello stesso parere delle intervistate sembra essere Gherarda Guastalla Lucchini (presidente G&G Relazioni Pubbliche e Socio fondatore FERPI) che ha dichiarato: “[…] Credo che sia la naturale conseguenza della maggiore sensibilità sociale delle donne, della loro superiore capacità di ascoltare, della loro più alta attenzione all'etica. Oltretutto le donne hanno più coraggio a dire no a politiche o decisioni che non condividono.”
Aver avuto a disposizione dati più aggiornati, sarebbe stato certamente un vantaggio per comprendere meglio il ruolo svolto dalle donne in precisi settori lavorativi. Nell'arco di 4-5 anni le cose sono sicuramente cambiate, ma il quadro presentato dà comunque l'idea della direzione in cui si sta muovendo l'area della comunicazione. Il futuro, dunque, sembra essere rosa. “Gli uomini hanno aperto la strada, ma le donne l'hanno occupata.”

Autrice: Vanessa Sacchi

Sitografia
www.ferpi.it
www.istat.it
www.censis.it
www.censisservizi.com (rapporto 2007)

sabato 7 luglio 2012

Addio posto e stipendio fisso: finisce l'immeritato paradiso per i dipendenti pubblici

Dopo anni e anni di privilegi immeritati, finalmente anche i dipendenti pubblici dovranno produrre cose utili. Sulla carta almeno.


Ci voleva un governo tecnico, ovvero tecnici non eletti dal popolo e quindi che non devono rendere conto a nessuno (o quasi), per mettere finalmente fine all'immeritato paradiso in cui gli statali hanno vissuto per decenni.

Il dipendente pubblico, come spiega il Corriere, sarà più simile al privato. Ed era anche ora. Non ho mai capito il perchè di tutti i privilegi per una categoria appartenente ad un settore (il pubblico) altamente inefficiente. Se aggiungiamo poi che dal 2002 le retribuzioni nella pubblica amministrazione sono aumentate di 3 volte rispetto alla media nazionale, ecco che tutti i limiti vengono oltrepassati.

Illicenziabili, inefficienti, in alcuni casi inutili e pure pagati di più: capite che questa cosa (tipica italiana) non poteva reggere a lungo.

Ho già detto la mia pochi giorni fa in questo articolo che vi invito a leggere. Sia ben chiaro che, ovviamente, sto generalizzando: non tutti i dipendenti pubblici sono così, ma ciò non toglie che molti lo siano e sostenere il contrario sarebbe mentire. Siccome, a differenza di altri, non ci guadagno nulla a farlo, preferisco essere antipatico a qualcuno (leggasi a quelli che si sentono tirati in mezzo, chissà perchè poi..) ma dire le cose come stanno.

Questo è sulla carta. Sinceramente nutro molti dubbi sul fatto che da oggi lo statale fannullone sia più facilmente licenziabile (al pari del privato) senza che arrivi il sindacalista di turno a bloccare/rinviare il tutto per mesi (se non anni) come accadeva fino a ieri. Ci credo poco...spero di sbagliarmi.

martedì 3 luglio 2012

Se i sindacati volessero il bene dei lavoratori punirebbero i fannulloni

Una critica all'operato dei sindacati italiani

Chi mi conosce lo sa: i sindacati non mi stanno molto simpatici, anzi. All'inizio pensavo che, avendo trascorso tutta la mia infanzia con mio nonno che era un sindacalista, fosse strana questa mia "antipatia" verso gli odierni sindacalisti. Riflettendoci poi bene, così strana non è per un motivo molto semplice: il caro nonno difendeva il "lavoratore", ovvero "(la)persona che svolge un'attività manuale o intellettuale a scopo produttivo, in cambio di una retribuzione". i sindacati di oggi non difendono solo quel tipo di lavoratore, ma anche tutta una serie di persone che occupano una sedia, percepiscono uno stipendio, ma non svolgono alcuna attività manuale o intellettuale a scopo produttivo.

In questa categoria rientrano due tipi di pesudo lavoratori:

  1. Il lavoratore che è stato assunto e magari si impegna anche, ma svolge un lavoro poco utile, se non totalmente inutile (es: tutte quelle assunzioni in calabria e sicilia di guardie forestali)
  2. Il lavoratore teoricamente dovrebbe svolgere un lavoro utile, ma siccome è un fannullone con le spalle coperte dal sindacato (quindi, de facto, illicenziabile), non fa una sega dal mattino alla sera
Non sono il solo ad essersi accorto di ciò. Su Linkiesta Jacopo Tondelli si pone la stessa domanda:
"Ogni volta che leggo le parole dei sindacalisti italiani che parlano di possibili tagli alla spesa pubblica e al pubblico impiego vengo preso dallo sconforto. Ma possibile non succeda mai, mai una volta, che ci sia disponibilità ad ammettere che spesso, molto spesso, l’assoluta mancanza di produttività di certi pubblici uffici è una catena al collo di interi settori? Possibile che mai una volta Susanna Camusso (e i suoi colleghi) arrivino ad ammettere che quello che loro chiamano “lavoro” in realtà è semplicimente “percezione dello stipendio”?

Laciando da parte il punto n°1 (lì il problema è più dei poltici che hanno assunto gente per comprarsi indirettamente i voti), il n°2 è palesemente evidente per chi nel settore pubblico ci lavora. C'è gente che, se fosse stata in un'azienda privata (ma anche solo in un settore pubblico NON italiano), sarebbe stata licenziata senza problemi. In Italia questo è difficilissimo, se non impossibile, proprio per colpa dei vari sindacati che purtroppo difendono anche quei lazzaroni.

Voi ora mi direte: "essendo lavoratori, è normale che vengano difesi". No invece e vi spiego il perchè.
Difendere un fannullone comporta tutta una serie di conseguenze negative a tutti: per prima cosa, gli altri che si impegnano percepiscono un senso di ingiustizia (perchè il lazzarone prende come loro), il che comporta a litigi e/o una diminuzione dell'impegno; seconda cosa, mancando il lavoro di uno, gli altri dovrebbero lavorare anche per lui (prendendo sempre uguale); terzo, dovendo mantenere un dipendente non produttivo, gli stipendi degli altri non crescono o lo fanno meno di quanto dovrebbero; ultimo, essendo dipendente pubblico il suo stipendio lo paghiamo noi con le nostre tasse (e non so voi, ma io sono assai tirchio).

Ecco, le tasse: la spesa pubblica viene finanziata con le entrate (sotto forma di tasse). Lo spreco di soldi (perchè questo è uno spreco sia chiaro) è finanziato con le tasse sulle imprese e sui lavoratori, i quali producono. Tassiamo gente che produce per mantenerne altra che non produce. Se questo non è un danno per tutti..

PS: Peccato solo che Camusso, Angeletti e Bonanni non leggeranno mai questo post.

martedì 19 giugno 2012

Sottosegretario Polillo, sicuro che gli italiani lavorino meno degli altri?

Lavorare 7 giorni in più, riducendo le ferie, per aumentare la produttività e far crescere il Pil. Questa la ricetta del sottosegretario all'Economia, Gianfranco Polillo

Lavoriamo mediamente 9 mesi l'anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve
Queste le parole di Polillo sulle quali vorrei fare una breve riflessione. Prima di tutto mi piacerebbe sapere da dove abbia preso questo dato e quali giorni di non lavoro vengano considerati visto che 3 mesi di ferie forse solo loro politici li fanno. In secondo luogo, se il sottosegretario ha ragione nel dire che "nel brevissimo periodo, per aumentare la produttività del Paese lo choc può avvenire dall'aumento dell'input di lavoro, senza variazioni di costo", vorrei far notare anche che gli italiani, come media di ore annuali, siano fra i più lavoratori fra i paesi OCSE mentre i paesi con minor ore di lavoro sono Germania, Danimarca, Francia, Olanda.

Vorrei ricordare inoltre che lavorare di più non vuol dire lavorare meglio e i dati sopra lo mostrano chiaramente. Lavorare di più generalmente è sintomo di una bassa produttività per ora, la quale comporta un basso stipendio. Il lavoratore si vede costretto a lavorare di più per guadagnare di più. Per questo motivo sostanzialmente nei paesi sviluppati si lavora meno rispetto ai paesi in via di sviluppo (certamente poi entrano in gioco diritti maggiori, maggiore protezione etc etc ma queste sono dovute al fatto che essendo più produttivi i lavoratori possonoi pretendere di lavorare meno). Un altro esempio è la progressione diminuizione delle ore lavorative nei paesi sviluppati dall'inizio '900 ad oggi.

Vuole un consiglio, anzi due, per abbattere i costi delle imprese?

1) Diminuire le tasse
2) Eliminare tutta la burocrazia inutile

Altro che lavorare di più e gratis.


giovedì 19 gennaio 2012

Riforma del lavoro: un'occasione mancata



Oggi sono uscite le prime vere e chiare indiscrezioni su come sarà la tanto discussa riforma del mercato del lavoro. Il piano Fornero è basato sul disegno di legge suggerito da Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Trovate un sunto ben fatto sul sito di Repubblica. Copio qui i passaggi più interessanti:

"L'obiettivo, spiega Monti, è quello di creare "una maggiore mobilità che protegga il lavoratore ma non renda sclerotico il mercato del lavoro" per favorire l'occupazione giovanile e renderla meno precaria"

IL CONTRATTO UNICO
"Avrà due fasi: una di ingresso, che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità, in cui il lavoratore godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato."

TEMPO DETERMINATO
"Per i contratti a termine salario sopra i 25mila euro
Oggi sono una prassi diffusa nelle aziende che possono così assumere senza prendersi impegni particolari nei confronti dei dipendenti. La riforma li renderà invece una specie di lusso, un modo per remunerare professionisti e personale specializzato."


Il mio pensiero è che sia un passo avanti rispetto alla situazione attuale francamente vergognosa, ma non abbastanza. Ottimo il salario più alto per il contratto a tempo determinato (avendo meno stabilità, è giusto premiare con un salario maggiore anche perché essendo determinato, teoricamente il lavoratore è più portato a lavorare meglio per cercare di riconfermare il contratto e quindi è più produttivo), un po' meno come esso è stato strutturato.

Una domanda mi sorge spontanea: perché 3 anni? La conseguenza sarà che le aziende assumeranno con contratti che di fatto scadranno appena prima del termine (2 anni 11 mesi 29 giorni?) e questo non mi sembra una rivoluzione rispetto all'oggi.

Sul contratto a tempo indeterminato, non mi trovo d'accordo sul fatto di mantenere tutte le tutele. Se esse vengono mantenute (vedi articolo 18 ad esempio), il dualismo a cui siamo di fronte oggi non verrà spezzato: ci saranno privilegiati protetti solo perché sono lì da anni (anche se magari non sono più produttivi come dovrebbero essere) e gli altri (leggi giovani).

In definitiva è un passo avanti, ma non quel balzo necessario (a livello teorico) che ci si aspettava. A livello pratico, forse come avvio potrebbe essere la mossa giusta per poi andare avanti, anche se il rischio (soprattutto in Italia) è quello di arenarsi e continuare a "barare" (vedi il piano di riforme per le pensioni dal 1995 fino ad oggi).

Staremo a vedere.

PS: non ho citato il reddito minimo in quanto è un argomento a parte che magari tratterò nei prossimi giorni.

venerdì 23 dicembre 2011

Perchè l'art. 18 tanto difeso dai sindacati non si applica anche a loro?



Legge 11 maggio 1990, n. 108 (G.U. n. 108 dell'11 maggio 1990), articolo 4, comma 1:

Art. 4

Area di non applicazione

1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 3, le disposizioni degli articoli 1 e 2 non trovano applicazione nei rapporti disciplinati dalla legge 2 aprile 1958, n. 339. La disciplina di cui all'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'articolo 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto.



Curioso vero?

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