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venerdì 2 gennaio 2015

Sindacati, basta difendere i fannulloni

Il caso di assenteismo dei vigili di Roma la notte di Capodanno è solo l'ultimo di una lunga, lunghissima lista di casi in cui dipendenti (per lo più nel settore pubblico) non è che siano proprio un buon esempio di lavoratore stacanovista.

Certo è che se l'83.5% non si presenta sul posto del lavoro, dandosi malato, guarda caso la notte di Capodanno (mica un mercoledì piovoso a caso di Ottobre...tanto per dire) è ovvio che ne segua un dibattito. Mettiamoci poi la politica di mezzo e i risultati li avete davanti agli occhi: socials, forum etc pieni di gente che discute dell'argomento, che chiede la "testa" dei vigili, dell'amministrazione, di Marino etc.

L'aspetto però più vergognoso della vicenda viene dai sindacati, uno in particolare. La UIL infatti ha annunciato la volontà di organizzare uno sciopero a favore proprio dei vigili:

"Ci sarà un crescendo di proteste - afferma Francesco Croce della Uil - tra assemblee generali e denunce pubbliche, che arriverà al primo sciopero di categoria della storia di Roma. Tutti i sindacati scenderanno in piazza insieme".

Non c'è limite alla vergogna, per davvero. E ancora vi stupite se i sindacati non è che stiano molto simpatici al sottoscritto.
Fortunatamente la CIGL per ora pare si sia defilata e abbia dato sostegno ai vigili che invece hanno lavorato.

Ecco, è bene che i sindacalisti sappiano una cosa che dovrebbe essere chiara ed ovvia ma che, evidentemente, per lor signori così tanto chiara ed ovvia non lo è: difendere il lavoratore fannullone (che ruba soldi allo Stato) equivale a danneggiare chi svolge il proprio lavoro, non una ma due volte! La prima perchè equivale difendere il salario del fannullone, uguale a quello dello stacanovista, nonostante la sua produttività sia molto minore; la seconda, perchè lo stacanovista dovrà lavorare il doppio, se no di più, in quanto dovrà svolgere anche il lavoro del fannullone.

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lunedì 27 ottobre 2014

L'Articolo 18 è l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori

Articolo apparso su MySolutionPost in data 06/10/2014 con titolo "L'articolo 18: l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori"

Il dibattito politico italiano vive sempre di più di “mode”: ogni mese/due mesi i politici italiani tirano fuori dal cilindro un tema sul quale dibattere, spesse volte legato ad una particolare ideologia, concentrando in questo modo tutta l'opinione pubblica su di esso, dimenticandosi del resto.
Argomento del momento è l'articolo 18: da un lato abbiamo chi, come Renzi, lo vorrebbe cambiare o addirittura eliminare per rilanciare l'occupazione e la crescita; dall'altro chi, come una parte della sinistra e i sindacati, invece lo ritiene un simbolo della lotta proletaria al limite della sacralità assolutamente da non toccare.
Ma davvero la modifica dell'articolo 18 oggi è la condicio sine qua non l'occupazione non possa ripartire, le imprese non ricomincino ad investire e di conseguenza il Paese non torni a crescere?
Mettendo da parte le ideologie, il 18 è vero che rappresenta un problema per gli imprenditori attuali e quelli potenziali, in quanto nel caso di un licenziamento non solo non permette loro di avere costi certi (quindi programmabili) fra rimborsi al lavoratore e spese legali/processuali, ma addirittura non garantisce nemmeno l'allontanamento del dipendente. In praticamente nessun altro Paese Occidentale vige una così grande incertezza sulle spalle del datore di lavoro e ciò di sicuro rappresenta un limite (se proprio non vogliamo chiamarlo problema).
Anche (ma non solo, sia chiaro) per questo motivo le imprese medio/grandi sono riluttanti ad assumere a tempo indeterminato. Ma non è la principale causa che limiti le assunzioni delle imprese o impedisca agli investitori di aprire un'attività in Italia o ampliare quelle già estistenti.
I due primissimi responsabili che oggi limitano gli investimenti e le assunzioni in Italia sono l'eccessiva burocrazia e una tassazione fuori dal mondo sia dei profitti, sia dei lavoratori. Il costo del lavoratore nel nostro Paese è fra i più elevati nel Mondo e la causa di ciò (ma non credo ci sia bisogno di dirlo) non sono gli stipendi troppo alti, ma il loro costo gravato proprio dalle tasse su di esso!
È dunque il costo del lavoro il problema da risolvere oggi! In una situazione in cui la disoccupazione è a livelli mai visti (ergo si è in presenza di un eccesso di offerta di lavoro) e la produttività è stagnante, è ovvio che i salari tendano a diminuire per cercare l'equilibrio. Se non diminuirà la tassazione sul lavoro, il rischio inevitabile è che saranno gli stipendi stessi a diminuire.
Considerando il loro attuale livello e i consumi sempre più in crisi, la spirale potrebbe essere ancora più negativa.
Senza una riduzione sostanziale (leggasi: non i fantomatici 80€ in più in busta paga solo alcune fasce di reddito) di questo costo non si può sperare in una ripresa dell'occupazione.
A ciò, come detto in precedenza, bisogna affiancare una sburocratizzazione decisa riducendo tempi e costi per chi avesse idee e volesse investire, in modo da creare ex novo posti di lavoro e una riduzione generale della tassazione sull'attività imprenditoriale (profitti in primis), così da incentivare più persone a rischiare il proprio capitale in un investimento sul territorio italiano.
Fatto ciò, ma solo dopo, allora si può iniziare a discutere sul tema articolo 18 e da lì partire a riformare non solo il mercato del lavoro, ma anche degli ammortizzatori sociali (altro tema scottante). Prima è solo uno specchietto per le allodole, una distrazione per evitare di parlare dei problemi veri di questo Paese. Gli interventi da fare, ed urgentemente, sono ben altri.

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giovedì 26 luglio 2012

La Camusso, Termini Imerese e il fantomatico produttore di auto Giapponese

Il magico mondo della Camusso e del produttore di auto giapponese che verrebbe perchè a lei va bene così.

Avete presente quando sentite certe frase e non sapete se ridere o piangere? Ecco questa è una di quelle e stavolta non è detta da voi-sapete-chi. Autore della perla è il segretario generale della CGIL, all'anagrafe Susanna Camusso.Vi riporto le sue dichiarazioni (grassetti miei):

"I temi veri - osserva interpellata alla Camera a margine di un'audizione - sono Termini Imerese, Iribus, Iveco e allora il tema che il Governo Italiano dovrebbe porsi, invece di inseguire i comportamenti della Fiat, e' quello di determinare le condizioni per attrarre un altro grande produttore di auto, gia' affermato sul mercato; gli stabilimenti ci sono, a prescindere se la Fiat se ne vuole andare o no"
Quanto ai potenziali candidati, a chi ipotizza marchi europei Camusso risponde: "Mi va bene anche un grande giapponese!".

Fa ridere perchè da quando un sindacalista di un paese X decide chi dovrebbe andare a produrre là e non in Y o Z; fa piangere perchè il segretario CGIL evidentemente ci crede davvero. 

Camusso, vuole un consiglio? Si metta il cuore in pace. I giapponesi non verranno mai, almeno fino a quando la situazione non cambia. E li capisco: per quale assurdo motivo dovrebbero venire in un paese con pressione fiscale per le imprese disumana, servizi orrendi, burocrazia inefficiente, articolo 18 e sindacati (quindi anche lei) così potenti da proteggere tutto e tutti A) rendendo de facto quasi illicenziabili gli operai anche quando lo meriterebbero e B) facendo dimenticare a qualcuno che oltre ai diritti ci sono anche i doveri.

Perchè mai un giapponese dovrebbe venire qui e non, ad esempio, in Inghilterra?

domenica 8 aprile 2012

Il vero problema del settore pubblico? Il potere della politica su di esso



La riforma del mercato del lavoro ha lasciato, possiamo dirlo, tutti scontenti, a partire dalla "riforma" dell'art. 18. Il punto più controverso è il fatto che questa "riforma" non si applicherà al settore pubblico: gli statali sono, ancora una volta, esenti dal cambiamento e quindi "privilegiati" rispetto ai loro colleghi del settore privato.

Non voglio qui discutere sulla necessità di abolire l'art. 18 SOPRATTUTTO nel settore statale, ma piuttosto fare una premessa senza la quale personalmente credo che ogni riforma del pubblico sia sostanzialmente inutile se non potenzialmente dannosa.

Il vero male è il potere che la politica esercita sul settore pubblico, per quanto riguarda gli appalti, i lavori esterni e le assunzioni sia di famigliari/amici sia in cambio di voti (specialmente in certe zone d'Italia).


Perchè dico questo? Il motivo è semplice: ammettiamo che finalmente si possano licenziare anche i dipendenti pubblici per motivi economici (come stanno facendo in UK), cosa potrebbe succedere alle condizioni attuali? L'amico, il parente o l'assunto in cambio di voti rimarrebbe lì, mentre invece il lavoratore onesto rischierebbe il posto ingiustamente.
Anche i licenziamenti per cattiva condotta (praticamente impossibili oggi, esperienza personale) per quanto riguarda quelle persone continuerebbero ad essere impossibili, quindi de facto, qualsivoglia riforma risulterebbe inutile.

Purtroppo sui giornali si parla poco di questo problema che invece meriterebbe molta più attenzione. Se vi state chiedendo il perchè in Italia è così difficile tagliare la spesa pubblica inutile, la risposta è proprio qui! Se poi ci aggiungiamo il potere dei sindacati, capite il perchè dei continui privilegi dei dipendenti pubblici rispetto ai dipendenti privati.


sabato 24 marzo 2012

Caro Angeletti, l'articolo 18 si applica anche agli statali





«La legge 300 si applica al lavoro privato. Quindi l'articolo 18 in essa contenuto non si applica, non si è mai applicato e quindi le modifiche apportate non riguarderanno gli statali»

(Luigi Angeletti)

Forse il segretario Uil dovrebbe rivedersi gli articoli che regolano il lavoro pubblico in Italia, visto che l'articolo 18 si applica eccome ai dipendenti statali. Leggendo infatti il Testo Unico sul Pubblico impiego scoprirebbe che (Dlgs 165/2001 Art. 51, co. 2):


2. La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni ed integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti.


Speravate di cavarvela così vero? D'altronde lo capisco, visto che il pubblico è sempre stato terreno molto fertile di tessere sindacali...

sabato 24 dicembre 2011

Perchè l'abolizione dell'articolo 18 s'ha da fare




Abolire o non abolire l'art. 18: su questo il dibattito politico sta discutendo negli ultimi giorni pre natalizi.

Il governo tecnico ha fatto capire che l'intenzione è quella di abolire l'articolo, il che ha fatto infuriare la sinistra e i sindacati.

La mia idea è che questi signori (PD e IDV su tutti..per i sindacati la speranza l'ho persa molto tempo fa) non colgano i problemi che questo articolo ha e continua a creare, non so se per ignoranza o per altri motivi (economici ad esempio, penso alle tessere dei sindacati).

Perchè dico questo? Analizziamo che cosa dice il famoso articolo 18.

In esso si afferma che il reintegro deve avvenire se "il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. [...]"


Sintetizzando, se l'impresa ha più di 15 dipendenti (5 se fosse agricola), il datore di lavoro è obbligato a reintegrare il dipendente (il quali può scegliere anche l'indennizzo). Nel caso fossero di meno, il datore di lavoro non è obbligato a effettuare il reintegro del dipendente, ma può liquidargli solo un indennizzo, pari a 15 mensilità di stipendio.

Premessa curiosa n°1: questo articolo come abbiamo visto NON si applica ai sindacati.
Premessa curiosa n°2: nessun altro paese ha un articolo come questo.

Perchè è da abolire? Le motivazioni a favore sono molteplici.

Prima di tutto, questo rappresenta un ostacolo allo sviluppo delle piccole imprese che, se abolito, avrebbero un grosso problema in meno una volta superato il limite dei 15 dipendenti.
Secondo, questa è una delle cause per cui le imprese non assumono a tempo indeterminato.

Pensateci: l'impreditore quando vi assume sa che dovrà fare i salti mortali per licenziarvi e, anche quando ci è riuscito, ha comunque il rischio di dovervi riprendere (perchè il 99% dei dipendenti sceglie il reintegro ovviamente). Ciò porta a due cose:

1) le imprese piccole hanno un motivo in più per rimanere piccole, in quanto posso licenziare più liberamente;
2) le imprese medio-grandi tendono a non assumere lavoratori (giovani soprattutto) a tempo indeterminato;

Qualcuno potrebbero però dire che in questo modo le aziende licenzierebbero a go go tutti quelli che vogliono. Sbagliato. Un lavoratore produttivo non verrà mai licenziato! Chi mai licenzierebbe uno che porta soldi? In più, pensateci: licenziare vuol dire pagare mensilità (come nel resto d'Europa) senza ricevere nulla in cambio, in più si deve assumere un nuovo lavoratore da "addestrare" quindi si perde sia tempo sia altro denaro.

Le imprese assumerebbero più giovani e licenzierebbero tutti quei lavoratori poco produttivi che ora devono tenersi (e pagare tanto) i quali si godono i privilegi creati in questi anni (dai sindacati in primis che su questi ci lucrano e molto, capito perchè sono contro l'abolizione?). Ciò aumenterebbe la produttività, quella famosa ferma da 10 e più che contribuisce alla non crescita dei salari.

La riforma del mercato del lavoro per favorire la crescita e l'occupazione passa anche dall'abolizione (o modifica) dell'articolo 18. E' bene che sindacati e sinistra lo capiscano in fretta.

Aggiornamento: Vivamente consigliata è la visione di questo video dibattito: "Articolo 18: tabù o totem? Dibattito Brunello-Boldrin"

venerdì 23 dicembre 2011

Perchè l'art. 18 tanto difeso dai sindacati non si applica anche a loro?



Legge 11 maggio 1990, n. 108 (G.U. n. 108 dell'11 maggio 1990), articolo 4, comma 1:

Art. 4

Area di non applicazione

1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 3, le disposizioni degli articoli 1 e 2 non trovano applicazione nei rapporti disciplinati dalla legge 2 aprile 1958, n. 339. La disciplina di cui all'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'articolo 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto.



Curioso vero?

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