Il caso di assenteismo dei vigili di Roma la notte di Capodanno è solo l'ultimo di una lunga, lunghissima lista di casi in cui dipendenti (per lo più nel settore pubblico) non è che siano proprio un buon esempio di lavoratore stacanovista.
Certo è che se l'83.5% non si presenta sul posto del lavoro, dandosi malato, guarda caso la notte di Capodanno (mica un mercoledì piovoso a caso di Ottobre...tanto per dire) è ovvio che ne segua un dibattito. Mettiamoci poi la politica di mezzo e i risultati li avete davanti agli occhi: socials, forum etc pieni di gente che discute dell'argomento, che chiede la "testa" dei vigili, dell'amministrazione, di Marino etc.
L'aspetto però più vergognoso della vicenda viene dai sindacati, uno in particolare. La UIL infatti ha annunciato la volontà di organizzare uno sciopero a favore proprio dei vigili:
"Ci sarà un crescendo di proteste - afferma Francesco Croce della Uil -
tra assemblee generali e denunce pubbliche, che arriverà al primo
sciopero di categoria della storia di Roma. Tutti i sindacati
scenderanno in piazza insieme".
Non c'è limite alla vergogna, per davvero. E ancora vi stupite se i sindacati non è che stiano molto simpatici al sottoscritto.
Fortunatamente la CIGL per ora pare si sia defilata e abbia dato sostegno ai vigili che invece hanno lavorato.
Ecco, è bene che i sindacalisti sappiano una cosa che dovrebbe essere chiara ed ovvia ma che, evidentemente, per lor signori così tanto chiara ed ovvia non lo è: difendere il lavoratore fannullone (che ruba soldi allo Stato) equivale a danneggiare chi svolge il proprio lavoro, non una ma due volte! La prima perchè equivale difendere il salario del fannullone, uguale a quello dello stacanovista, nonostante la sua produttività sia molto minore; la seconda, perchè lo stacanovista dovrà lavorare il doppio, se no di più, in quanto dovrà svolgere anche il lavoro del fannullone.
SOSTIENI LA PAGINA! -- Iscriviti alla fanpage! clicca sul Mi piace e seguimi!
Visualizzazione post con etichetta Sindacati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sindacati. Mostra tutti i post
venerdì 2 gennaio 2015
martedì 23 dicembre 2014
Gli stipendi degli italiani diminuiranno (prima di crescere)
Articolo scritto e pubblicato su MySolutionPost il 18/11/2014
I sindacati annunciano battaglia: in 50mila sono pronti a scioperare a dicembre contro la Legge di Stabilità che, a oggi, confermerebbe il sesto anno di blocco salariale in quanto anche nel 2015 gli stipendi del pubblico impiego non subirebbero ritocchi per mancanza di risorse. Il possibile sciopero si andrebbe ad unire alle varie manifestazioni sia del pubblico impiego sia di svariati lavoratori privati che lamentano da una parte i tagli di posti di lavoro, dall’altra il blocco dei salari se non la diminuzione degli stessi (-832 euro nel biennio 2010-2012 secondo Bankitalia).
In un periodo in cui i consumi delle famiglie sono in diminuzione (nel 2013 la spesa media mensile è in calo del -2,5% rispetto al 2012, dati Istat), bloccare se non diminuire lo stipendio di dipendenti pubblici e privati rischierebbe di far crollare ancora di più la spesa dedita ai consumi. Se a ciò uniamo anche una tassazione destinata ad aumentare (fra tasse locali e Iva), il potere di acquisto delle famiglie, già sanguinante, potrebbe esaurirsi totalmente.
Il risultato, senza nemmeno bisogni di dirlo, sarebbe una spirale negativa che coinvolgerebbe le imprese e di conseguenza il Paese tutto, con il rischio di perdite nel gettito fiscale che comprometterebbero il raggiungimento degli obiettivi di bilancio concordati nelle sedi europee.
Detto così il titolo di questo post non avrebbe senso: perché gli stipendi, nonostante tutto il ragionamento qui sopra, diminuiranno? La risposta è semplice: c’è troppa disoccupazione.
Il mercato del lavoro si basa su di un gruppo di agenti che domandano lavoro (imprese e talvolta il settore pubblico) e agenti che offrono lavoro (cittadini in età lavorativa). Senza complicare troppo le cose, se la domanda di lavoro è elevata, gli agenti che si offrono avranno un potere contrattuale maggiore, ergo potranno richiedere stipendi più alti. Se però la domanda scarseggia mentre l’offerta abbonda, allora in una logica di mercato quest’ultima dovrà diminuire il proprio prezzo (leggasi stipendio) fino a trovare un punto di equilibrio.
Oggi, purtroppo, la situazione è la seconda: la disoccupazione è alle stelle (specialmente quella giovanile) e le imprese faticano ad assumere (anzi...). L’offerta di lavoro eccede, e di gran lunga, la domanda. Per questo motivo chiedere oggi ritocchi salariali è fuori luogo, soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico!
Se consideriamo la bassissima inflazione, il potere reale di acquisto degli stipendi è invariato e lo stesso potrebbe fin aumentare in caso di deflazione (come già accaduto pochi mesi fa). Non vi è quindi alcun bisogno, a oggi, di aumentare le retribuzione.
A essere precisi poi, bisognerebbe ricordare a sindacati e lavoratori del pubblico come i loro stipendi siano tutt’ora maggiori rispetto ai colleghi del privato (a dispetto di un produttività in media
minore), senza contare poi le maggiori tutele.
A sindacati e lavoratori del privato invece, è doveroso rammentare che la produttività media delle imprese italiane sia de facto ferma da 15 anni rispetto agli altri concorrenti UE:
Il destino degli stipendi italiani è quindi quello di diminuire in un primo momento per poi, solo successivamente, ricominciare a crescere al pari della produttività? Non necessariamente. Il problema infatti non è tanto lo stipendio in busta paga che ricevono mensilmente i dipendenti, ma il costo del lavoro di quel dipendente.
Il cuneo fiscale italiano è fra i più alti dei paesi dell’area Ocse: 47,8% per un lavoratore single senza figli contro il 35,9% di media e la differenza tende ad aumentare per gli altri casi (dati Ocse).
Se il Governo decidesse un taglio deciso alla tassazione sul lavoro, ecco che il pericolo di diminuzione degli stipendi sparirebbe, domanda e offerta tornerebbero a tendere verso l’equilibrio (meglio se supportati da una riforma seria e vera del mercato del lavoro stesso).
Questa sarebbe la soluzione ideale ed è ciò che i sindacati, tutti assieme, dovrebbero chiedere a gran voce. Gli aumenti salariali arriverebbero, nel medio-lungo periodo, automaticamente.
SOSTIENI LA PAGINA! -- Iscriviti alla fanpage! clicca sul Mi piace e seguimi!
I sindacati annunciano battaglia: in 50mila sono pronti a scioperare a dicembre contro la Legge di Stabilità che, a oggi, confermerebbe il sesto anno di blocco salariale in quanto anche nel 2015 gli stipendi del pubblico impiego non subirebbero ritocchi per mancanza di risorse. Il possibile sciopero si andrebbe ad unire alle varie manifestazioni sia del pubblico impiego sia di svariati lavoratori privati che lamentano da una parte i tagli di posti di lavoro, dall’altra il blocco dei salari se non la diminuzione degli stessi (-832 euro nel biennio 2010-2012 secondo Bankitalia).
In un periodo in cui i consumi delle famiglie sono in diminuzione (nel 2013 la spesa media mensile è in calo del -2,5% rispetto al 2012, dati Istat), bloccare se non diminuire lo stipendio di dipendenti pubblici e privati rischierebbe di far crollare ancora di più la spesa dedita ai consumi. Se a ciò uniamo anche una tassazione destinata ad aumentare (fra tasse locali e Iva), il potere di acquisto delle famiglie, già sanguinante, potrebbe esaurirsi totalmente.
Il risultato, senza nemmeno bisogni di dirlo, sarebbe una spirale negativa che coinvolgerebbe le imprese e di conseguenza il Paese tutto, con il rischio di perdite nel gettito fiscale che comprometterebbero il raggiungimento degli obiettivi di bilancio concordati nelle sedi europee.
Detto così il titolo di questo post non avrebbe senso: perché gli stipendi, nonostante tutto il ragionamento qui sopra, diminuiranno? La risposta è semplice: c’è troppa disoccupazione.
Il mercato del lavoro si basa su di un gruppo di agenti che domandano lavoro (imprese e talvolta il settore pubblico) e agenti che offrono lavoro (cittadini in età lavorativa). Senza complicare troppo le cose, se la domanda di lavoro è elevata, gli agenti che si offrono avranno un potere contrattuale maggiore, ergo potranno richiedere stipendi più alti. Se però la domanda scarseggia mentre l’offerta abbonda, allora in una logica di mercato quest’ultima dovrà diminuire il proprio prezzo (leggasi stipendio) fino a trovare un punto di equilibrio.
Oggi, purtroppo, la situazione è la seconda: la disoccupazione è alle stelle (specialmente quella giovanile) e le imprese faticano ad assumere (anzi...). L’offerta di lavoro eccede, e di gran lunga, la domanda. Per questo motivo chiedere oggi ritocchi salariali è fuori luogo, soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico!
Se consideriamo la bassissima inflazione, il potere reale di acquisto degli stipendi è invariato e lo stesso potrebbe fin aumentare in caso di deflazione (come già accaduto pochi mesi fa). Non vi è quindi alcun bisogno, a oggi, di aumentare le retribuzione.
A essere precisi poi, bisognerebbe ricordare a sindacati e lavoratori del pubblico come i loro stipendi siano tutt’ora maggiori rispetto ai colleghi del privato (a dispetto di un produttività in media
minore), senza contare poi le maggiori tutele.
A sindacati e lavoratori del privato invece, è doveroso rammentare che la produttività media delle imprese italiane sia de facto ferma da 15 anni rispetto agli altri concorrenti UE:

Il destino degli stipendi italiani è quindi quello di diminuire in un primo momento per poi, solo successivamente, ricominciare a crescere al pari della produttività? Non necessariamente. Il problema infatti non è tanto lo stipendio in busta paga che ricevono mensilmente i dipendenti, ma il costo del lavoro di quel dipendente.
Il cuneo fiscale italiano è fra i più alti dei paesi dell’area Ocse: 47,8% per un lavoratore single senza figli contro il 35,9% di media e la differenza tende ad aumentare per gli altri casi (dati Ocse).
Se il Governo decidesse un taglio deciso alla tassazione sul lavoro, ecco che il pericolo di diminuzione degli stipendi sparirebbe, domanda e offerta tornerebbero a tendere verso l’equilibrio (meglio se supportati da una riforma seria e vera del mercato del lavoro stesso).
Questa sarebbe la soluzione ideale ed è ciò che i sindacati, tutti assieme, dovrebbero chiedere a gran voce. Gli aumenti salariali arriverebbero, nel medio-lungo periodo, automaticamente.
SOSTIENI LA PAGINA! -- Iscriviti alla fanpage! clicca sul Mi piace e seguimi!
lunedì 27 ottobre 2014
L'Articolo 18 è l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori
Articolo apparso su MySolutionPost in data 06/10/2014 con titolo "L'articolo 18: l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori"
Il dibattito politico italiano vive sempre di più di “mode”: ogni mese/due mesi i politici italiani tirano fuori dal cilindro un tema sul quale dibattere, spesse volte legato ad una particolare ideologia, concentrando in questo modo tutta l'opinione pubblica su di esso, dimenticandosi del resto.
Argomento del momento è l'articolo 18: da un lato abbiamo chi, come Renzi, lo vorrebbe cambiare o addirittura eliminare per rilanciare l'occupazione e la crescita; dall'altro chi, come una parte della sinistra e i sindacati, invece lo ritiene un simbolo della lotta proletaria al limite della sacralità assolutamente da non toccare.
Ma davvero la modifica dell'articolo 18 oggi è la condicio sine qua non l'occupazione non possa ripartire, le imprese non ricomincino ad investire e di conseguenza il Paese non torni a crescere?
Mettendo da parte le ideologie, il 18 è vero che rappresenta un problema per gli imprenditori attuali e quelli potenziali, in quanto nel caso di un licenziamento non solo non permette loro di avere costi certi (quindi programmabili) fra rimborsi al lavoratore e spese legali/processuali, ma addirittura non garantisce nemmeno l'allontanamento del dipendente. In praticamente nessun altro Paese Occidentale vige una così grande incertezza sulle spalle del datore di lavoro e ciò di sicuro rappresenta un limite (se proprio non vogliamo chiamarlo problema).
Anche (ma non solo, sia chiaro) per questo motivo le imprese medio/grandi sono riluttanti ad assumere a tempo indeterminato. Ma non è la principale causa che limiti le assunzioni delle imprese o impedisca agli investitori di aprire un'attività in Italia o ampliare quelle già estistenti.
I due primissimi responsabili che oggi limitano gli investimenti e le assunzioni in Italia sono l'eccessiva burocrazia e una tassazione fuori dal mondo sia dei profitti, sia dei lavoratori. Il costo del lavoratore nel nostro Paese è fra i più elevati nel Mondo e la causa di ciò (ma non credo ci sia bisogno di dirlo) non sono gli stipendi troppo alti, ma il loro costo gravato proprio dalle tasse su di esso!
È dunque il costo del lavoro il problema da risolvere oggi! In una situazione in cui la disoccupazione è a livelli mai visti (ergo si è in presenza di un eccesso di offerta di lavoro) e la produttività è stagnante, è ovvio che i salari tendano a diminuire per cercare l'equilibrio. Se non diminuirà la tassazione sul lavoro, il rischio inevitabile è che saranno gli stipendi stessi a diminuire.
Considerando il loro attuale livello e i consumi sempre più in crisi, la spirale potrebbe essere ancora più negativa.
Senza una riduzione sostanziale (leggasi: non i fantomatici 80€ in più in busta paga solo alcune fasce di reddito) di questo costo non si può sperare in una ripresa dell'occupazione.
A ciò, come detto in precedenza, bisogna affiancare una sburocratizzazione decisa riducendo tempi e costi per chi avesse idee e volesse investire, in modo da creare ex novo posti di lavoro e una riduzione generale della tassazione sull'attività imprenditoriale (profitti in primis), così da incentivare più persone a rischiare il proprio capitale in un investimento sul territorio italiano.
Fatto ciò, ma solo dopo, allora si può iniziare a discutere sul tema articolo 18 e da lì partire a riformare non solo il mercato del lavoro, ma anche degli ammortizzatori sociali (altro tema scottante). Prima è solo uno specchietto per le allodole, una distrazione per evitare di parlare dei problemi veri di questo Paese. Gli interventi da fare, ed urgentemente, sono ben altri.
SOSTIENI LA PAGINA! -- Iscriviti alla fanpage! clicca sul Mi piace e seguimi!
Il dibattito politico italiano vive sempre di più di “mode”: ogni mese/due mesi i politici italiani tirano fuori dal cilindro un tema sul quale dibattere, spesse volte legato ad una particolare ideologia, concentrando in questo modo tutta l'opinione pubblica su di esso, dimenticandosi del resto.
Argomento del momento è l'articolo 18: da un lato abbiamo chi, come Renzi, lo vorrebbe cambiare o addirittura eliminare per rilanciare l'occupazione e la crescita; dall'altro chi, come una parte della sinistra e i sindacati, invece lo ritiene un simbolo della lotta proletaria al limite della sacralità assolutamente da non toccare.
Ma davvero la modifica dell'articolo 18 oggi è la condicio sine qua non l'occupazione non possa ripartire, le imprese non ricomincino ad investire e di conseguenza il Paese non torni a crescere?
Mettendo da parte le ideologie, il 18 è vero che rappresenta un problema per gli imprenditori attuali e quelli potenziali, in quanto nel caso di un licenziamento non solo non permette loro di avere costi certi (quindi programmabili) fra rimborsi al lavoratore e spese legali/processuali, ma addirittura non garantisce nemmeno l'allontanamento del dipendente. In praticamente nessun altro Paese Occidentale vige una così grande incertezza sulle spalle del datore di lavoro e ciò di sicuro rappresenta un limite (se proprio non vogliamo chiamarlo problema).
Anche (ma non solo, sia chiaro) per questo motivo le imprese medio/grandi sono riluttanti ad assumere a tempo indeterminato. Ma non è la principale causa che limiti le assunzioni delle imprese o impedisca agli investitori di aprire un'attività in Italia o ampliare quelle già estistenti.
I due primissimi responsabili che oggi limitano gli investimenti e le assunzioni in Italia sono l'eccessiva burocrazia e una tassazione fuori dal mondo sia dei profitti, sia dei lavoratori. Il costo del lavoratore nel nostro Paese è fra i più elevati nel Mondo e la causa di ciò (ma non credo ci sia bisogno di dirlo) non sono gli stipendi troppo alti, ma il loro costo gravato proprio dalle tasse su di esso!
È dunque il costo del lavoro il problema da risolvere oggi! In una situazione in cui la disoccupazione è a livelli mai visti (ergo si è in presenza di un eccesso di offerta di lavoro) e la produttività è stagnante, è ovvio che i salari tendano a diminuire per cercare l'equilibrio. Se non diminuirà la tassazione sul lavoro, il rischio inevitabile è che saranno gli stipendi stessi a diminuire.
Considerando il loro attuale livello e i consumi sempre più in crisi, la spirale potrebbe essere ancora più negativa.
Senza una riduzione sostanziale (leggasi: non i fantomatici 80€ in più in busta paga solo alcune fasce di reddito) di questo costo non si può sperare in una ripresa dell'occupazione.
A ciò, come detto in precedenza, bisogna affiancare una sburocratizzazione decisa riducendo tempi e costi per chi avesse idee e volesse investire, in modo da creare ex novo posti di lavoro e una riduzione generale della tassazione sull'attività imprenditoriale (profitti in primis), così da incentivare più persone a rischiare il proprio capitale in un investimento sul territorio italiano.
Fatto ciò, ma solo dopo, allora si può iniziare a discutere sul tema articolo 18 e da lì partire a riformare non solo il mercato del lavoro, ma anche degli ammortizzatori sociali (altro tema scottante). Prima è solo uno specchietto per le allodole, una distrazione per evitare di parlare dei problemi veri di questo Paese. Gli interventi da fare, ed urgentemente, sono ben altri.
SOSTIENI LA PAGINA! -- Iscriviti alla fanpage! clicca sul Mi piace e seguimi!
martedì 3 dicembre 2013
giovedì 1 novembre 2012
L'amaro risveglio della FIOM a Pomigliano
Dalle stelle alle stalle: l'umore della Fiom dopo l'ordinanza della Corte d'Appello di Roma che obbliga ad assumere i 19 dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alla Fiom che hanno presentato ricorso per presunta discriminazione.
Lo ammetto: i sindacati italiani non mi stanno così tanto simpatici. Non è assolutamente un fatto personale, sia chiaro, è solo che li ritengo al pari dei vari partiti politici, ovvero una "casta" con poteri nazionali/privilegiati che poco ha capito della situazione economica italiana. Lo dimostrano varie battaglie e dichiarazioni in questi ultimi mesi.
Non voglio abolirli, ci mancherebbe, ma credo sinceramente che debbano essere riformati e riformarsi da soli, visto che, data la condizione dei lavoratori italiani, il lavoro svolto dai sindacalisti non è efficace, anzi, penalizzante per molti.
Penso che il principale motivo sia la loro visione dell'economia e soprattutto dell'impresa, strumento che per loro dovrebbe quasi regalare posti di lavoro ai poveri operai compiendo oserei dire delle "opere sociali" e che invece, nella realtà, deve produrre profitti per garantire la remunerazione di capitale e lavoro.
Citando le parole della dott.ssa Marianella Enok "Non si possono compiere opere sociali per costruirsi una buon immagine nascondendo però la realtà dei fatti: le opere sociali le si fanno solo se si hanno a disposizione degli utili! Etica non sono gli imprenditori filantropi. Etica sono imprenditori che guardano al capitale umano, al territorio, all'ambiente.."
L'ultimo esempio di ciò che dico è lo stupore dopo la decisione di Fiat di mettere in mobilità nella fabbrica di Pomigliano 19 operai per assumerne 19 iscritti alla FIOM.
Di cosa si stupiscono? Il Lingotto lo spiega bene in una nota (nota, scusate il gioco di parole, già da tempo a chi un poco segue il mercato dell'automobile): "L'azienda ha da tempo sottolineato che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre".
I sindacati dovrebbero sapere che non è possibile obbligare un'azienda (piccola o grande che sia) o imprenditore ad assumere un numero X di operai inutile al fine aziendale stesso. E' quindi normale che se obbligata a reintegrarne 19 (reintegro giusto o sbagliato che sia non mi interessa in questo momento), dall'altra parte ci saranno 19 operai di troppo.
Davvero la FIOM pensava di far assumere "19 dei suoi" senza che nessun altro ne pagasse il prezzo? Se sì, significa davvero non avere idea di come funzioni un'impresa (e si torna a ciò che dicevo prima).
PS: Aggiungo poi che per ora in Italia la situazione è anche discreta, visto ciò che succede negli altri paesi europei (basta una semplice ricerca su Google).
Aiuta questo blog a crescere! Iscriviti alla Fanpage, Twitter e Canale Youtube

Non voglio abolirli, ci mancherebbe, ma credo sinceramente che debbano essere riformati e riformarsi da soli, visto che, data la condizione dei lavoratori italiani, il lavoro svolto dai sindacalisti non è efficace, anzi, penalizzante per molti.
Penso che il principale motivo sia la loro visione dell'economia e soprattutto dell'impresa, strumento che per loro dovrebbe quasi regalare posti di lavoro ai poveri operai compiendo oserei dire delle "opere sociali" e che invece, nella realtà, deve produrre profitti per garantire la remunerazione di capitale e lavoro.
Citando le parole della dott.ssa Marianella Enok "Non si possono compiere opere sociali per costruirsi una buon immagine nascondendo però la realtà dei fatti: le opere sociali le si fanno solo se si hanno a disposizione degli utili! Etica non sono gli imprenditori filantropi. Etica sono imprenditori che guardano al capitale umano, al territorio, all'ambiente.."
L'ultimo esempio di ciò che dico è lo stupore dopo la decisione di Fiat di mettere in mobilità nella fabbrica di Pomigliano 19 operai per assumerne 19 iscritti alla FIOM.
Di cosa si stupiscono? Il Lingotto lo spiega bene in una nota (nota, scusate il gioco di parole, già da tempo a chi un poco segue il mercato dell'automobile): "L'azienda ha da tempo sottolineato che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre".
I sindacati dovrebbero sapere che non è possibile obbligare un'azienda (piccola o grande che sia) o imprenditore ad assumere un numero X di operai inutile al fine aziendale stesso. E' quindi normale che se obbligata a reintegrarne 19 (reintegro giusto o sbagliato che sia non mi interessa in questo momento), dall'altra parte ci saranno 19 operai di troppo.
Davvero la FIOM pensava di far assumere "19 dei suoi" senza che nessun altro ne pagasse il prezzo? Se sì, significa davvero non avere idea di come funzioni un'impresa (e si torna a ciò che dicevo prima).
PS: Aggiungo poi che per ora in Italia la situazione è anche discreta, visto ciò che succede negli altri paesi europei (basta una semplice ricerca su Google).
Aiuta questo blog a crescere! Iscriviti alla Fanpage, Twitter e Canale Youtube
giovedì 26 luglio 2012
La Camusso, Termini Imerese e il fantomatico produttore di auto Giapponese
Il magico mondo della Camusso e del produttore di auto giapponese che verrebbe perchè a lei va bene così.
Avete presente quando sentite certe frase e non sapete se ridere o piangere? Ecco questa è una di quelle e stavolta non è detta da voi-sapete-chi. Autore della perla è il segretario generale della CGIL, all'anagrafe Susanna Camusso.Vi riporto le sue dichiarazioni (grassetti miei):
"I temi veri - osserva interpellata alla Camera a margine di un'audizione - sono Termini Imerese, Iribus, Iveco e allora il tema che il Governo Italiano dovrebbe porsi, invece di inseguire i comportamenti della Fiat, e' quello di determinare le condizioni per attrarre un altro grande produttore di auto, gia' affermato sul mercato; gli stabilimenti ci sono, a prescindere se la Fiat se ne vuole andare o no"
Avete presente quando sentite certe frase e non sapete se ridere o piangere? Ecco questa è una di quelle e stavolta non è detta da voi-sapete-chi. Autore della perla è il segretario generale della CGIL, all'anagrafe Susanna Camusso.Vi riporto le sue dichiarazioni (grassetti miei):
"I temi veri - osserva interpellata alla Camera a margine di un'audizione - sono Termini Imerese, Iribus, Iveco e allora il tema che il Governo Italiano dovrebbe porsi, invece di inseguire i comportamenti della Fiat, e' quello di determinare le condizioni per attrarre un altro grande produttore di auto, gia' affermato sul mercato; gli stabilimenti ci sono, a prescindere se la Fiat se ne vuole andare o no"
Quanto ai potenziali candidati, a chi ipotizza marchi europei Camusso risponde: "Mi va bene anche un grande giapponese!".
Fa ridere perchè da quando un sindacalista di un paese X decide chi dovrebbe andare a produrre là e non in Y o Z; fa piangere perchè il segretario CGIL evidentemente ci crede davvero.
Camusso, vuole un consiglio? Si metta il cuore in pace. I giapponesi non verranno mai, almeno fino a quando la situazione non cambia. E li capisco: per quale assurdo motivo dovrebbero venire in un paese con pressione fiscale per le imprese disumana, servizi orrendi, burocrazia inefficiente, articolo 18 e sindacati (quindi anche lei) così potenti da proteggere tutto e tutti A) rendendo de facto quasi illicenziabili gli operai anche quando lo meriterebbero e B) facendo dimenticare a qualcuno che oltre ai diritti ci sono anche i doveri.
Perchè mai un giapponese dovrebbe venire qui e non, ad esempio, in Inghilterra?
sabato 7 luglio 2012
Addio posto e stipendio fisso: finisce l'immeritato paradiso per i dipendenti pubblici
Dopo anni e anni di privilegi immeritati, finalmente anche i dipendenti pubblici dovranno produrre cose utili. Sulla carta almeno.
Ci voleva un governo tecnico, ovvero tecnici non eletti dal popolo e quindi che non devono rendere conto a nessuno (o quasi), per mettere finalmente fine all'immeritato paradiso in cui gli statali hanno vissuto per decenni.
Il dipendente pubblico, come spiega il Corriere, sarà più simile al privato. Ed era anche ora. Non ho mai capito il perchè di tutti i privilegi per una categoria appartenente ad un settore (il pubblico) altamente inefficiente. Se aggiungiamo poi che dal 2002 le retribuzioni nella pubblica amministrazione sono aumentate di 3 volte rispetto alla media nazionale, ecco che tutti i limiti vengono oltrepassati.
Illicenziabili, inefficienti, in alcuni casi inutili e pure pagati di più: capite che questa cosa (tipica italiana) non poteva reggere a lungo.
Ho già detto la mia pochi giorni fa in questo articolo che vi invito a leggere. Sia ben chiaro che, ovviamente, sto generalizzando: non tutti i dipendenti pubblici sono così, ma ciò non toglie che molti lo siano e sostenere il contrario sarebbe mentire. Siccome, a differenza di altri, non ci guadagno nulla a farlo, preferisco essere antipatico a qualcuno (leggasi a quelli che si sentono tirati in mezzo, chissà perchè poi..) ma dire le cose come stanno.
Questo è sulla carta. Sinceramente nutro molti dubbi sul fatto che da oggi lo statale fannullone sia più facilmente licenziabile (al pari del privato) senza che arrivi il sindacalista di turno a bloccare/rinviare il tutto per mesi (se non anni) come accadeva fino a ieri. Ci credo poco...spero di sbagliarmi.
Ci voleva un governo tecnico, ovvero tecnici non eletti dal popolo e quindi che non devono rendere conto a nessuno (o quasi), per mettere finalmente fine all'immeritato paradiso in cui gli statali hanno vissuto per decenni.
Il dipendente pubblico, come spiega il Corriere, sarà più simile al privato. Ed era anche ora. Non ho mai capito il perchè di tutti i privilegi per una categoria appartenente ad un settore (il pubblico) altamente inefficiente. Se aggiungiamo poi che dal 2002 le retribuzioni nella pubblica amministrazione sono aumentate di 3 volte rispetto alla media nazionale, ecco che tutti i limiti vengono oltrepassati.
Illicenziabili, inefficienti, in alcuni casi inutili e pure pagati di più: capite che questa cosa (tipica italiana) non poteva reggere a lungo.
Ho già detto la mia pochi giorni fa in questo articolo che vi invito a leggere. Sia ben chiaro che, ovviamente, sto generalizzando: non tutti i dipendenti pubblici sono così, ma ciò non toglie che molti lo siano e sostenere il contrario sarebbe mentire. Siccome, a differenza di altri, non ci guadagno nulla a farlo, preferisco essere antipatico a qualcuno (leggasi a quelli che si sentono tirati in mezzo, chissà perchè poi..) ma dire le cose come stanno.
Questo è sulla carta. Sinceramente nutro molti dubbi sul fatto che da oggi lo statale fannullone sia più facilmente licenziabile (al pari del privato) senza che arrivi il sindacalista di turno a bloccare/rinviare il tutto per mesi (se non anni) come accadeva fino a ieri. Ci credo poco...spero di sbagliarmi.
Etichette:
Lavoro,
Sindacati,
Spesa Pubblica
martedì 3 luglio 2012
Se i sindacati volessero il bene dei lavoratori punirebbero i fannulloni
Una critica all'operato dei sindacati italiani
Chi mi conosce lo sa: i sindacati non mi stanno molto simpatici, anzi. All'inizio pensavo che, avendo trascorso tutta la mia infanzia con mio nonno che era un sindacalista, fosse strana questa mia "antipatia" verso gli odierni sindacalisti. Riflettendoci poi bene, così strana non è per un motivo molto semplice: il caro nonno difendeva il "lavoratore", ovvero "(la)persona che svolge un'attività manuale o intellettuale a scopo produttivo, in cambio di una retribuzione". i sindacati di oggi non difendono solo quel tipo di lavoratore, ma anche tutta una serie di persone che occupano una sedia, percepiscono uno stipendio, ma non svolgono alcuna attività manuale o intellettuale a scopo produttivo.
In questa categoria rientrano due tipi di pesudo lavoratori:
Laciando da parte il punto n°1 (lì il problema è più dei poltici che hanno assunto gente per comprarsi indirettamente i voti), il n°2 è palesemente evidente per chi nel settore pubblico ci lavora. C'è gente che, se fosse stata in un'azienda privata (ma anche solo in un settore pubblico NON italiano), sarebbe stata licenziata senza problemi. In Italia questo è difficilissimo, se non impossibile, proprio per colpa dei vari sindacati che purtroppo difendono anche quei lazzaroni.
Voi ora mi direte: "essendo lavoratori, è normale che vengano difesi". No invece e vi spiego il perchè.
Difendere un fannullone comporta tutta una serie di conseguenze negative a tutti: per prima cosa, gli altri che si impegnano percepiscono un senso di ingiustizia (perchè il lazzarone prende come loro), il che comporta a litigi e/o una diminuzione dell'impegno; seconda cosa, mancando il lavoro di uno, gli altri dovrebbero lavorare anche per lui (prendendo sempre uguale); terzo, dovendo mantenere un dipendente non produttivo, gli stipendi degli altri non crescono o lo fanno meno di quanto dovrebbero; ultimo, essendo dipendente pubblico il suo stipendio lo paghiamo noi con le nostre tasse (e non so voi, ma io sono assai tirchio).
Ecco, le tasse: la spesa pubblica viene finanziata con le entrate (sotto forma di tasse). Lo spreco di soldi (perchè questo è uno spreco sia chiaro) è finanziato con le tasse sulle imprese e sui lavoratori, i quali producono. Tassiamo gente che produce per mantenerne altra che non produce. Se questo non è un danno per tutti..
PS: Peccato solo che Camusso, Angeletti e Bonanni non leggeranno mai questo post.
Chi mi conosce lo sa: i sindacati non mi stanno molto simpatici, anzi. All'inizio pensavo che, avendo trascorso tutta la mia infanzia con mio nonno che era un sindacalista, fosse strana questa mia "antipatia" verso gli odierni sindacalisti. Riflettendoci poi bene, così strana non è per un motivo molto semplice: il caro nonno difendeva il "lavoratore", ovvero "(la)persona che svolge un'attività manuale o intellettuale a scopo produttivo, in cambio di una retribuzione". i sindacati di oggi non difendono solo quel tipo di lavoratore, ma anche tutta una serie di persone che occupano una sedia, percepiscono uno stipendio, ma non svolgono alcuna attività manuale o intellettuale a scopo produttivo.
In questa categoria rientrano due tipi di pesudo lavoratori:
- Il lavoratore che è stato assunto e magari si impegna anche, ma svolge un lavoro poco utile, se non totalmente inutile (es: tutte quelle assunzioni in calabria e sicilia di guardie forestali)
- Il lavoratore teoricamente dovrebbe svolgere un lavoro utile, ma siccome è un fannullone con le spalle coperte dal sindacato (quindi, de facto, illicenziabile), non fa una sega dal mattino alla sera
"Ogni volta che leggo le parole dei sindacalisti italiani che parlano di possibili tagli alla spesa pubblica e al pubblico impiego vengo preso dallo sconforto. Ma possibile non succeda mai, mai una volta, che ci sia disponibilità ad ammettere che spesso, molto spesso, l’assoluta mancanza di produttività di certi pubblici uffici è una catena al collo di interi settori? Possibile che mai una volta Susanna Camusso (e i suoi colleghi) arrivino ad ammettere che quello che loro chiamano “lavoro” in realtà è semplicimente “percezione dello stipendio”?
Laciando da parte il punto n°1 (lì il problema è più dei poltici che hanno assunto gente per comprarsi indirettamente i voti), il n°2 è palesemente evidente per chi nel settore pubblico ci lavora. C'è gente che, se fosse stata in un'azienda privata (ma anche solo in un settore pubblico NON italiano), sarebbe stata licenziata senza problemi. In Italia questo è difficilissimo, se non impossibile, proprio per colpa dei vari sindacati che purtroppo difendono anche quei lazzaroni.
Voi ora mi direte: "essendo lavoratori, è normale che vengano difesi". No invece e vi spiego il perchè.
Difendere un fannullone comporta tutta una serie di conseguenze negative a tutti: per prima cosa, gli altri che si impegnano percepiscono un senso di ingiustizia (perchè il lazzarone prende come loro), il che comporta a litigi e/o una diminuzione dell'impegno; seconda cosa, mancando il lavoro di uno, gli altri dovrebbero lavorare anche per lui (prendendo sempre uguale); terzo, dovendo mantenere un dipendente non produttivo, gli stipendi degli altri non crescono o lo fanno meno di quanto dovrebbero; ultimo, essendo dipendente pubblico il suo stipendio lo paghiamo noi con le nostre tasse (e non so voi, ma io sono assai tirchio).
Ecco, le tasse: la spesa pubblica viene finanziata con le entrate (sotto forma di tasse). Lo spreco di soldi (perchè questo è uno spreco sia chiaro) è finanziato con le tasse sulle imprese e sui lavoratori, i quali producono. Tassiamo gente che produce per mantenerne altra che non produce. Se questo non è un danno per tutti..
PS: Peccato solo che Camusso, Angeletti e Bonanni non leggeranno mai questo post.
domenica 8 aprile 2012
Il vero problema del settore pubblico? Il potere della politica su di esso

La riforma del mercato del lavoro ha lasciato, possiamo dirlo, tutti scontenti, a partire dalla "riforma" dell'art. 18. Il punto più controverso è il fatto che questa "riforma" non si applicherà al settore pubblico: gli statali sono, ancora una volta, esenti dal cambiamento e quindi "privilegiati" rispetto ai loro colleghi del settore privato.
Non voglio qui discutere sulla necessità di abolire l'art. 18 SOPRATTUTTO nel settore statale, ma piuttosto fare una premessa senza la quale personalmente credo che ogni riforma del pubblico sia sostanzialmente inutile se non potenzialmente dannosa.
Il vero male è il potere che la politica esercita sul settore pubblico, per quanto riguarda gli appalti, i lavori esterni e le assunzioni sia di famigliari/amici sia in cambio di voti (specialmente in certe zone d'Italia).
Perchè dico questo? Il motivo è semplice: ammettiamo che finalmente si possano licenziare anche i dipendenti pubblici per motivi economici (come stanno facendo in UK), cosa potrebbe succedere alle condizioni attuali? L'amico, il parente o l'assunto in cambio di voti rimarrebbe lì, mentre invece il lavoratore onesto rischierebbe il posto ingiustamente.
Anche i licenziamenti per cattiva condotta (praticamente impossibili oggi, esperienza personale) per quanto riguarda quelle persone continuerebbero ad essere impossibili, quindi de facto, qualsivoglia riforma risulterebbe inutile.
Purtroppo sui giornali si parla poco di questo problema che invece meriterebbe molta più attenzione. Se vi state chiedendo il perchè in Italia è così difficile tagliare la spesa pubblica inutile, la risposta è proprio qui! Se poi ci aggiungiamo il potere dei sindacati, capite il perchè dei continui privilegi dei dipendenti pubblici rispetto ai dipendenti privati.
Etichette:
Art 18,
Debito Pubblico,
Politica,
Sindacati,
Spesa Pubblica
sabato 24 marzo 2012
Caro Angeletti, l'articolo 18 si applica anche agli statali

«La legge 300 si applica al lavoro privato. Quindi l'articolo 18 in essa contenuto non si applica, non si è mai applicato e quindi le modifiche apportate non riguarderanno gli statali»
(Luigi Angeletti)
Forse il segretario Uil dovrebbe rivedersi gli articoli che regolano il lavoro pubblico in Italia, visto che l'articolo 18 si applica eccome ai dipendenti statali. Leggendo infatti il Testo Unico sul Pubblico impiego scoprirebbe che (Dlgs 165/2001 Art. 51, co. 2):
2. La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni ed integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti.
Speravate di cavarvela così vero? D'altronde lo capisco, visto che il pubblico è sempre stato terreno molto fertile di tessere sindacali...
lunedì 5 marzo 2012
Una patrimoniale pagherebbe i costi degli ammortizzatori sociali?

Con una cadenza quasi quadrimestrale, Susanna Camusso, segretario della Cgil, se ne è uscita con l'ennesima richiesta di una patrimoniale sui grandi patrimoni per finanziare gli ammortizzatori sociali.
Credo che la Camusso intenda con "grandi patrimoni" quel famoso 10% che detiene quasi la metà della ricchezza (44.7%, dati 2008) quindi, ragionando su questo, cercherò qui di spiegare il perchè non solo sia quasi inutile, ma addirittura dannosissima una patrimoniale di questo genere.
Partiamo subito calcolando quanti soldi si potrebbero ricavare da una patrimoniale di quel genere.
La ricchezza totale delle famiglie italiane è di 8.640 miliardi di euro (dati Bankitalia fine 2010), in calo dell'1.5% rispetto al 2009.
La quota detenuta dal 10% più ricco è quindi pari a 3.862 miliardi di euro.
Applicando una tassa dell'1% si ricaverebbero circa 39 miliardi di euro. Una somma che potrebbe coprire il costo degli ammortizzatori solo per qualche anno (considerato che attualmente sono 7 milioni i lavoratori esclusi e che si andrebbero/potrebbero ad aggiungere con una eventuale riforma). Il sito de Lavoce aveva calcolato 19 miliardi di euro(con un tasso di disoccupazione al 10%, oggi è al 9.2) il costo di un ammortizzatore sociale unico universale. Rispetto all'odierna spesa, sarebbero 7.5 i miliardi in più. Il gettito dalla patrimoniale coprirebbe 5 anni di maggiori spese per gli ammortizzatori.
Qui la mia domanda: passati i 5 anni, che si fa se la situazione non migliora? Un'altra patrimoniale?
Vi è poi una questione non molto affrontata dai media nazionali. Nel 10% più ricco rientrano anche tutti quei signori che, dopo aver risparmiato una vita, hanno accumulato una ricchezza superiore ai 529,500 mila euro in cui, ricordo, rientrano anche la casa e i titoli di stato. Potreste quindi essere anche voi lettori che state leggendo questo mio post. Conosco moltissime persone che si trovano in questo 10% senza neanche saperlo con un reddito normalissimo perchè hanno ereditato la casa dal babbo e investito in titoli di stato la sua liquidazione o perchè, come ho detto prima, hanno risparmiato una vita.
Vi immaginate una famiglia con reddito di 2500-2600 euro al mese, pagare di botto 6 mila euro ogni 5 anni? Ma anche solo per quest'anno, gli effetti potrebbero essere gravi (vendita titoli, case. Magari ci tornerò in un prossimo articolo).
Sinceramente non mi pare proprio la cosa giusta da fare. Volendo si potrebbe applicare una patrimoniale al top 1% che detiene il 17.2% della ricchezza ma si ricaverebbero poco meno di 15 miliardi. Tassare questi individui ogni 2 anni potrebbe portare agli stessi gravi effetti citati sopra.
In Italia c'è molto da tagliare, da ricavare e da risparmiare. La Cgil, in un paese con una pressione fiscale spaventosa (anche per i ricchi che pagano ciò che devono), dovrebbe battere cassa su quegli argomenti e non su altre tasse di dubbia utilità e alto rischio.
Etichette:
Economia,
Patrimoniale,
Sindacati
sabato 24 dicembre 2011
Perchè l'abolizione dell'articolo 18 s'ha da fare

Abolire o non abolire l'art. 18: su questo il dibattito politico sta discutendo negli ultimi giorni pre natalizi.
Il governo tecnico ha fatto capire che l'intenzione è quella di abolire l'articolo, il che ha fatto infuriare la sinistra e i sindacati.
La mia idea è che questi signori (PD e IDV su tutti..per i sindacati la speranza l'ho persa molto tempo fa) non colgano i problemi che questo articolo ha e continua a creare, non so se per ignoranza o per altri motivi (economici ad esempio, penso alle tessere dei sindacati).
Perchè dico questo? Analizziamo che cosa dice il famoso articolo 18.
In esso si afferma che il reintegro deve avvenire se "il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. [...]"
Sintetizzando, se l'impresa ha più di 15 dipendenti (5 se fosse agricola), il datore di lavoro è obbligato a reintegrare il dipendente (il quali può scegliere anche l'indennizzo). Nel caso fossero di meno, il datore di lavoro non è obbligato a effettuare il reintegro del dipendente, ma può liquidargli solo un indennizzo, pari a 15 mensilità di stipendio.
Premessa curiosa n°1: questo articolo come abbiamo visto NON si applica ai sindacati.
Premessa curiosa n°2: nessun altro paese ha un articolo come questo.
Perchè è da abolire? Le motivazioni a favore sono molteplici.
Prima di tutto, questo rappresenta un ostacolo allo sviluppo delle piccole imprese che, se abolito, avrebbero un grosso problema in meno una volta superato il limite dei 15 dipendenti.
Secondo, questa è una delle cause per cui le imprese non assumono a tempo indeterminato.
Pensateci: l'impreditore quando vi assume sa che dovrà fare i salti mortali per licenziarvi e, anche quando ci è riuscito, ha comunque il rischio di dovervi riprendere (perchè il 99% dei dipendenti sceglie il reintegro ovviamente). Ciò porta a due cose:
1) le imprese piccole hanno un motivo in più per rimanere piccole, in quanto posso licenziare più liberamente;
2) le imprese medio-grandi tendono a non assumere lavoratori (giovani soprattutto) a tempo indeterminato;
Qualcuno potrebbero però dire che in questo modo le aziende licenzierebbero a go go tutti quelli che vogliono. Sbagliato. Un lavoratore produttivo non verrà mai licenziato! Chi mai licenzierebbe uno che porta soldi? In più, pensateci: licenziare vuol dire pagare mensilità (come nel resto d'Europa) senza ricevere nulla in cambio, in più si deve assumere un nuovo lavoratore da "addestrare" quindi si perde sia tempo sia altro denaro.
Le imprese assumerebbero più giovani e licenzierebbero tutti quei lavoratori poco produttivi che ora devono tenersi (e pagare tanto) i quali si godono i privilegi creati in questi anni (dai sindacati in primis che su questi ci lucrano e molto, capito perchè sono contro l'abolizione?). Ciò aumenterebbe la produttività, quella famosa ferma da 10 e più che contribuisce alla non crescita dei salari.
La riforma del mercato del lavoro per favorire la crescita e l'occupazione passa anche dall'abolizione (o modifica) dell'articolo 18. E' bene che sindacati e sinistra lo capiscano in fretta.
Aggiornamento: Vivamente consigliata è la visione di questo video dibattito: "Articolo 18: tabù o totem? Dibattito Brunello-Boldrin"
Aggiornamento: Vivamente consigliata è la visione di questo video dibattito: "Articolo 18: tabù o totem? Dibattito Brunello-Boldrin"
venerdì 23 dicembre 2011
Perchè l'art. 18 tanto difeso dai sindacati non si applica anche a loro?

Legge 11 maggio 1990, n. 108 (G.U. n. 108 dell'11 maggio 1990), articolo 4, comma 1:
Art. 4
Area di non applicazione
1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 3, le disposizioni degli articoli 1 e 2 non trovano applicazione nei rapporti disciplinati dalla legge 2 aprile 1958, n. 339. La disciplina di cui all'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'articolo 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto.
sabato 14 maggio 2011
L'assurdità delle proteste contro gli INVALSI
Tengono banco le proteste contro gli INVALSI nelle seconde superiori italiane: studenti, professori e sindacati si sono scagliati contro questo metodo di valutazione per i più svariati motivi. Cito dai dui link indicati:
Lanciamo un appello a tutti gli insegnanti perché si uniscano alla lotta degli studenti contro le prove ‘invalsì evitando minacce di ritorsione contro coloro che per una legittima scelta consegneranno in bianco in segno di protesta. Le prove ‘invalsì danneggiano la scuola pubblica, la qualità d’insegnamento e anche la condizione degli insegnanti e dei lavoratori della scuola. Perché dividersi?
.....
I problemi, di cui il MIUR sembra pervicacemente non volersi render conto, sono altri. Ci limitiamo a indicarne due. Il contesto in cui si colloca: le scuole, i docenti, il personale ATA sono in grave sofferenza a causa dei tagli e dell’opera di sistematica denigrazione di cui sono oggetto. Per queste ragioni, la FLC CGIL sciopererà, il 6 maggio prossimo.
Il secondo: una vera cultura della valutazione non può essere imposta a suon di circolari, di atteggiamenti gerarchici e autoritari bensì ha bisogno, oltre che di risorse, di coinvolgimento, di consapevolezza, di partecipazione degli attori coinvolti.
Non capisco il perchè gli INVALSI debbano danneggiare la scuola pubblica, la qualità d’insegnamento e anche la condizione degli insegnanti e dei lavoratori della scuola se sono un metodo per valutarla e, da qui, teoricamente cercare di migliorarla.
Il comunicato della CIGL poi è fantastico: far leva sui tagli per giustificare un risultato che visti i precedenti non sarà poi così positivo. Ecco, tra l'altro, è bene ricordare che i test (esempio, i PISA, quelli più simili agli INVALSI) furono effettuati anche prima dei tagli, con risultati (soprattutto in certe zone d'Italia) imbarazzanti.
C'è chi contesta queste prove dicendo che questo compito spetta già all'esame di maturità, senza contare però che non sempre i voti corrispondono alle reali conoscenze degli alunni come ho già mostrato (prendendo proprio i test INVALSI e PISA come riferimento).
Mi sorge il dubbio che attraverso queste prove si arrivi a mostrare apertamente la scarsità del sistema scolastico italiano e la scarsità (se rovesciamo: la capacità) di un numero X di professori che in questo modo verrebbero valutati più o meno indirettamente. Ricordo che:
Dal Regolamento dell’autonomia scolastica di cui al D.P.R. 275/1998 è possibile dedurre che i risultati sono ottimali quando l’insegnamento garantisce il successo formativo a tutti gli alunni. Garantire il successo formativo e garantirlo a tutti gli alunni è l’impegno fondamentale, caratterizzante, qualificante della scuola dell’autonomia.
Da una parte, occorre garantire il successo formativo, il pieno sviluppo della persona umana previsto dall’art. 3 della Costituzione ed inteso come piena formazione della personalità.
Dall’altra, è necessario che il successo formativo sia garantito a tutti gli alunni.
IL SUCCESSO FORMATIVO
Sancisce l’art. 3 della Costituzione che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Garantire il successo formativo significa che tutti gli alunni debbono essere messi nella condizione di realizzare la piena formazione della loro personalità.
Al riguardo, è opportuno precisare subito che la Costituzione non parla di istruzione, e quindi di acquisizione di conoscenze, ma di "sviluppo", e quindi di educazione, di formazione. Non si tratta di fare acquisire delle conoscenze, di fornire informazioni, nozioni, saperi, ma occorre impegnarsi a promuovere la formazione delle capacità e degli atteggiamenti (2) che costituiscono le facoltà umane di muoversi, di parlare, di pensare, di immaginare ecc
Gli INVALSI sono un metodo per valutare questo, magari non perfetto al 100% ma che, come il metodo PISA, permetterà un'ottima visione dello status dell'insegnamento nel nostro paese.
La cosa curiosa è che siccome andiamo male siamo solo noi a fare così tante storie contro questi metodi, mentre nel resto del mondo li fanno senza casini come qui e, stranamente, sfornano anche giovani e studenti più preparati, chissà come mai.
E' un po' come Tremonti che contesta il PIL perchè dice che andiamo male rispetto agli altri e allora non va bene lui, non noi.
Mi rifiuto di commentare poi la lettera dei professori del liceo Mamiani che sbraitano (populismo) senza però proporre nulla (e, a giudicare dalle contraddizioni nella lettera, dire nulla).
Il fatto di valutare insegnanti e capire chi svolga bene il proprio lavoro e chi no è una strada verso quella che in questo paese sembra utopia, ovvero la meritocrazia. E' una strada, ma non ancora completa, infatti questi risultati porteranno a qualche polemica, qualche articolo di giornale e basta. Il passo successivo sarà quello di premiare chi è veramente bravo a fare il proprio mestiere e chi invece no. Suppongo che la maggior parte dei professori che protesta abbia paura di questo, sbattendosene dell'effetto che potrebbe (se lo si vuole davvero) avere sull'istruzione in Italia.
Un professore bravo, un istituto (pubblico o privato) sarà riconosciuto di ottima o pessima qualità e si spera premiato o penalizzato. Non vedo alcun male a fare ciò no?
Faccio notare inoltre che test simili agli INVALSI vengono già utilizzati per testare le lingue straniere (e chi li fa bene quelle lingue le sa davvero) e mai nessuno ha fatto tutto questo casino o mi sbaglio?
Segnalo altri post interessanti sul tema scuuola/istruzione e preparazione degli italiani:
La bassa e debole istruzione una delle cause della crisi in italia
Segnalo altri post interessanti sul tema scuuola/istruzione e preparazione degli italiani:
La bassa e debole istruzione una delle cause della crisi in italia
Concludendo, segnalo inoltre due post fatti molto bene (consiglio di leggere anche i commenti, come questo ad esempio)): uno su NFA e uno su Leonardo (blog sull'Unità) che elenca una sorta di "Pro e Contro valutazione INVALSI" fatta in maniera chiara e ragionevole.
Iscriviti a:
Post (Atom)