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lunedì 27 ottobre 2014

L'Articolo 18 è l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori

Articolo apparso su MySolutionPost in data 06/10/2014 con titolo "L'articolo 18: l'ultimo dei problemi per imprese e lavoratori"

Il dibattito politico italiano vive sempre di più di “mode”: ogni mese/due mesi i politici italiani tirano fuori dal cilindro un tema sul quale dibattere, spesse volte legato ad una particolare ideologia, concentrando in questo modo tutta l'opinione pubblica su di esso, dimenticandosi del resto.
Argomento del momento è l'articolo 18: da un lato abbiamo chi, come Renzi, lo vorrebbe cambiare o addirittura eliminare per rilanciare l'occupazione e la crescita; dall'altro chi, come una parte della sinistra e i sindacati, invece lo ritiene un simbolo della lotta proletaria al limite della sacralità assolutamente da non toccare.
Ma davvero la modifica dell'articolo 18 oggi è la condicio sine qua non l'occupazione non possa ripartire, le imprese non ricomincino ad investire e di conseguenza il Paese non torni a crescere?
Mettendo da parte le ideologie, il 18 è vero che rappresenta un problema per gli imprenditori attuali e quelli potenziali, in quanto nel caso di un licenziamento non solo non permette loro di avere costi certi (quindi programmabili) fra rimborsi al lavoratore e spese legali/processuali, ma addirittura non garantisce nemmeno l'allontanamento del dipendente. In praticamente nessun altro Paese Occidentale vige una così grande incertezza sulle spalle del datore di lavoro e ciò di sicuro rappresenta un limite (se proprio non vogliamo chiamarlo problema).
Anche (ma non solo, sia chiaro) per questo motivo le imprese medio/grandi sono riluttanti ad assumere a tempo indeterminato. Ma non è la principale causa che limiti le assunzioni delle imprese o impedisca agli investitori di aprire un'attività in Italia o ampliare quelle già estistenti.
I due primissimi responsabili che oggi limitano gli investimenti e le assunzioni in Italia sono l'eccessiva burocrazia e una tassazione fuori dal mondo sia dei profitti, sia dei lavoratori. Il costo del lavoratore nel nostro Paese è fra i più elevati nel Mondo e la causa di ciò (ma non credo ci sia bisogno di dirlo) non sono gli stipendi troppo alti, ma il loro costo gravato proprio dalle tasse su di esso!
È dunque il costo del lavoro il problema da risolvere oggi! In una situazione in cui la disoccupazione è a livelli mai visti (ergo si è in presenza di un eccesso di offerta di lavoro) e la produttività è stagnante, è ovvio che i salari tendano a diminuire per cercare l'equilibrio. Se non diminuirà la tassazione sul lavoro, il rischio inevitabile è che saranno gli stipendi stessi a diminuire.
Considerando il loro attuale livello e i consumi sempre più in crisi, la spirale potrebbe essere ancora più negativa.
Senza una riduzione sostanziale (leggasi: non i fantomatici 80€ in più in busta paga solo alcune fasce di reddito) di questo costo non si può sperare in una ripresa dell'occupazione.
A ciò, come detto in precedenza, bisogna affiancare una sburocratizzazione decisa riducendo tempi e costi per chi avesse idee e volesse investire, in modo da creare ex novo posti di lavoro e una riduzione generale della tassazione sull'attività imprenditoriale (profitti in primis), così da incentivare più persone a rischiare il proprio capitale in un investimento sul territorio italiano.
Fatto ciò, ma solo dopo, allora si può iniziare a discutere sul tema articolo 18 e da lì partire a riformare non solo il mercato del lavoro, ma anche degli ammortizzatori sociali (altro tema scottante). Prima è solo uno specchietto per le allodole, una distrazione per evitare di parlare dei problemi veri di questo Paese. Gli interventi da fare, ed urgentemente, sono ben altri.

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domenica 3 agosto 2014

I dazi di Grillo? Uccideranno consumatori e imprese italiane

In questa anomala estate, caratterizzata più da pioggia e fulmini che altro, mancava una tuonata anche del comico/portavoce/leader più famoso d'Italia.
Beppe Grillo torna a parlare di economia e di crisi, proponendo la soluzione per mettere fine allo spaventoso numero di fallimenti di imprese italiane:
"Sì ai dazi sociali, sì ai dazi per proteggere il made in Italy e l'economia italiana".
A parte il fatto che, per l'ennesima volta, smentisca se stesso (ma su questo ci siamo abituati), ma mi chiedo sempre di più chi sia il suo consulente economico. Come si fa ad uscirsene ancora con la storia dei dazi? Non bastava la Lega Nord a portare avanti questa pericolosa buffonata economica? Sì, pericolosa, perchè il danno per le imprese e i consumatori italiani potrebbe mettere davvero fine al Bel Paese.

Il motivo è semplice: mettere dazi a prodotti importati dall'estero dal punto di vista del consumatore italiano renderebbe meno conveniente il loro acquisto, escludendoli automaticamente dal mercato. Meno concorrenza, meno scelta (e minor efficienza del sistema, visto che andrebbero a proteggere aziende non competitive). Ciò comporta l'obbligo di acquistare prodotti italiani, che prima erano esclusi in quanto costavano troppo. Il loro prezzo però non è diminuito (anzi, avendo meno concorrenza alcune imprese potrebbero addirittura aumentarlo), ergo il consumatore si ritroverebbe a pagare prodotti simili a quelli che acquistava pin precedenza a prezzi più elevati. Capite voi stessi che se già in una situazione ordinaria ciò è scomodo (oltre che ingiusto), in una situazione di crisi come questa porterebbe un crollo dei consumi ancor maggiori, con conseguenti danni erariali ed alle imprese distributrici.

Le stesse imprese italiane però ne soffrirebbero. Sì perchè all'annuncio della messa in vigore di dazi per i prodotti esteri, gli altri Paesi risponderebbero tutti con dei dazi punitivi verso i prodotti italiani, distruggendo l'export di quel "Made in Italy" che si vorrebbe proteggere. Siete davvero sicuri di volere tutto questo?

Guardate che è la storia che si ripete: già durante la crisi del '29 gli USA ebbero la cattiva idea di aumentare a livelli record i dazi con lo Smoot-Hawley Tariff Act del giugno 1930. Quale fu la conseguenza? Semplice, gli altri paesi li aumentarono a loro volta. Quel provvedimento portò il declino del commercio internazionale a livelli mai visti prima:


"Le importazioni USA passarono da un picco di $1,334 milioni del 1929 a un misero $390 milioni nel 1932, nel mentre le esportazioni USA verso l'Europa passarono da $2,341 milioni nel 1929 a $784 milioni nel 1932. Globalmente, il commercio mondiale calò del 66% fra il 1929 e il 1934. Più in generale, lo Smoot-Hawley non fece nulla per favorire la fiducia e la cooperazione fra le nazioni sia dal punto di vista economico, sia politico durante un'epoca pericolosa nelle relazioni internazionali."


Per concludere, citando l'economista Charles Poor Kindleberger: 

“Il mantenimento di un mercato per le merci in difficoltà può essere visto come una forma diversa di finanziamento. Il libero commercio ha due dimensioni: adattare le risorse interne alle variazioni delle capacità produttive estere; mantenere aperto il mercato di importazione in periodi di tensione. L’introduzione di dazi a protezione dell’agricoltura americana adottata dal governo repubblicano – in contrasto con quanto auspicato dalla Conferenza economica mondiale del 1927 – diede luogo ad una corsa internazionale alle ritorsioni che si rivelò dannosa per tutti. La formula della tregua doganale e della stabilizzazione promossa dalla Conferenza del 1933, non essendosi svolta in presenza di un paese che si assumesse il peso di fornire un mercato per i prodotti in declino e crediti a lungo termine, assicurò il progredire della deflazione” (Moneta e Credito, vol. 63 n. 252 (2010), pag. 332).



Data l'evidenza dei fatti, chiedo a Grillo e grillini: siete davvero sicuri di volere ciò per l'Italia?


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giovedì 31 luglio 2014

Renzi ha 12 ore per pagare 68 MLD di debiti della PA

In questo momento sono le 12:00 di Giovedì 31 Luglio 2014. 12 ore e Agosto farà la sua comparsa, nonostante il clima ricordi più fine Ottobre e l'avvento di Novembre.

Perchè sono così preciso? Perchè ricordo questa data? Semplice, entro domani la Pubblica Amministrazione Italiana dovrà pagare 68 miliardi di suoi debiti verso i privati, gli stessi privati che la stessa pubblica amministrazione (o meglio, lo Stato Italiano) tartassa con tasse e, nel caso di mancato pagamento di esse, multe salatissime.

Siamo a mezzodì, ergo entro 12 ore Matteo Renzi dovrò mantenere la promessa fatta a pochi giorni dal suo avvento a Palazzo Chigi: "Entro luglio pagheremo tutto".


In realtà, vi anticipo già, i pagamenti non li vedrete. Almeno non entro domani. Nella famosa intervista del  "che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone" (sul quale dirò un parere nei prossimi giorni), il Premier ha anche aggiunto che

"Entro il 21 settembre dovremmo riuscire a pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione"

Staremo a vedere. Però quel "dovremmo", al condizionale, lascia ben poche speranze. O il sottoscritto è troppo pessimista?

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venerdì 30 maggio 2014

Perché le quote rosa sono un male per la società e le donne stesse

Articolo pubblicato per MySolutionPost


È da poco passato l’8 marzo, festa della donna in cui si dovrebbero celebrare le conquiste sociali ed economiche del sesso femminile ottenute in questi ultimi decenni per arrivare, molto lentamente ad essere onesti, alla parità dei sessi.
Siccome, nei fatti, siamo ancora lontani dal considerare uomo e donna uguali, molte donne spingono per riforme anche “estreme” per obbligare la società ad accettarle come pari, e non inferiori, agli uomini.
Sia ben chiaro, nessuno vuole affermare che gli uomini siano superiori e ci si augura che la parità dei sessi arrivi il prima possibile anche nei fatti e non solo nelle parole, però alcune proposte fatte sono esse stesse antimeritocratiche, sessiste e quindi sbagliate.
Fino a qualche mese fa si parlava del femminicidio (argomento delicato e complicato che non andremo a trattare qui), oggi vanno di moda le “Quote Rosa”, soprattutto dopo l’insediamento del nuovo Governo Renzi, il quale ne ha fatto un proprio marchio di riconoscimento (per non dire “spot elettorale per future elezioni).
Cosa sono dal punto di vista imprenditoriale? In pratica, obbligano le società quotate e a partecipazione pubblica ad avere una certa percentuale di donne nel CDA. Lo scopo è quello di spingere verso una “parificazione di carriera” fra uomo e donna. E chissà che magari non vengano estese a tutte le aziende un giorno.
Il ragionamento è semplice: nell’azienda X non ci sono donne nel CDA? Da ora in poi sei obbligato ad assumerne per arrivare ad un rapporto uomini/donne secondo il legislatore congruo. Rapporto che ovviamente dovrà crescere nel tempo. Se non lo farai, scatteranno delle punizioni.
Certamente, dati alla mano, la situazione è tragicomica. Come sottolineato dal Sole24Ore:
il numero di donne presenti nei consigli di amministrazione delle aziende italiane è in aumento: lo dice il report annuale elaborato da Ria Grant Thornton, secondo cui, rispetto allo scorso anno, le «quote rosa» nei cda sono salite dal 14 al 15,7% […] Il nostro Paese resta tuttavia indietro rispetto non solo al resto d'Europa, ma anche del mondo. Basti pensare che nel vecchio continente la percentuale di donne che siedono nei cda delle aziende è del 23%, mentre a livello globale addirittura del 24% […]
Una distinzione va fatta anche per gli incarichi ricoperti: solo il 10% riesce a diventare amministratore delegato e appena il 7% ha il ruolo di presidente. La presenza di donne nei board delle aziende diminuisce inoltre con l'aumentare del fatturato delle società, con una presenza particolarmente concentrata nelle imprese con turnover compreso tra i 30 e i 100 milioni.”
Siamo ben sotto al resto del mondo (come in praticamente ogni cosa, a dire il vero), quindi obbligare attraverso una legge ad assumere donne potrebbe essere una soluzione? A mio parere no, anzi, sarebbe fin deleterio per le donne stesse.
Parità di trattamento e diritti e quote rosa sono contrari più che sinonimi e non sono la giusta via per arrivare alla parità di sesso in quanto esse stesse in primis distinguerebbero maschi e femmine, “premiando” le seconde solo per un fatto di sesso. Cadono quindi nello stesso vizio per il quale sono nate.
Fra l’altro, non gioverebbero neppure alle donne presenti nei CDA, le quali verrebbero viste come “privilegiate”, gettando ancora più benzina sul fuoco su quella sciocca lotta fra sessi.
Oltre a ciò, non verrebbero risolti i veri problemi alla radice di questa poca presenza femminile nelle aziende tutte, non solo quelle quotate: ad esempio la maternità, sempre più un costo di difficile gestione per le aziende, dato anche il momento di crisi; oppure la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, soprattutto per le madri che hanno figli piccoli (data anche la scarsità di asili nido) e orari di lavoro inconciliabili con il vero e proprio lavoro di mamma (i quali causano le richieste di cambiamento da full-time a part-time).
Personalmente poi spingerei per davvero, ove possibile, su quel lavoro da casa (che sarà il futuro, quindi tanto vale iniziare ad introdurlo il prima possibile) che risolverebbe i problemi sopra citati.
Queste sarebbero riforme che naturalmente porterebbero ad aumentare la presenza femminile nelle aziende, anche in posizioni importanti. Se una donna è brava verrebbe per davvero assunta e riuscirebbe ad avere una carriera uguale a quella dei suoi colleghi uomini, se non addirittura migliore. Un caso è quello nel settore della comunicazione:
Circa il 70% dei responsabili degli uffici stampa delle aziende è rappresentato da donne, e una presenza femminile quasi analoga si registra tra i direttori (o meglio le direttrici) dell'area della comunicazione.
E' quanto emerge dalla previsione per il 2012 (ma datata 2007) di Censis Servizi, previsione che sembra per il momento essere stata rispettata.
[…]
quali sono quindi le caratteristiche che fanno si che le donne si impongano sul sesso forte nei settori della comunicazione? [...]
Dello stesso parere delle intervistate sembra essere Gherarda Guastalla Lucchini (presidente G&G Relazioni Pubbliche e Socio fondatore FERPI) che ha dichiarato: “[…] Credo che sia la naturale conseguenza della maggiore sensibilità sociale delle donne, della loro superiore capacità di ascoltare, della loro più alta attenzione all'etica. Oltretutto le donne hanno più coraggio a dire no a politiche o decisioni che non condividono.”
Le quote rosa non sono quindi una soluzione per risolvere il problema. Attuare le riforme per aiutare le donne impegnate anche nella costruzione di una famiglia, facendo in modo che possano esprimere tutto il loro talento. Questa sarebbe una soluzione.
E chissà, magari anche un cambio di mentalità dei papà, i quali potrebbero chiedere giorni di congedo per far rientrare al lavoro prima le mogli, come accade in Svezia, ad esempio.

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venerdì 27 settembre 2013

#boicottabarilla? No grazie

Prendi un imprenditore italiano (o meglio, il figlio di un imprenditore italiano), un'intervista su un tema molto scottante e quella strana cosa chiamata "marketing" e di sicuro avrai un caso in cui due tifoserie si scanneranno a colpi di commenti, messaggi, post e tweets.

Guido Barilla questo lo sa bene, perchè proprio stupido non è, e ha sfruttato l'occasione. Oggi tutti parlano della pasta Barilla, chi bene, chi male...chi in modo distaccato, ridendoci su ironizzando sulla cosa (come il sottoscritto)


Considerando il caos mediatico creato, non posso però tirarmi indietro dal fare una mia personale analisi sull'accaduto.

Prima di tutto ribadisco che trovo le dichiarazioni un puro e semplice atto volto a far parlare di sè. Una sorta di guerriglia marketing molto aggressivo, volto a far parlare di sè ed a creare una sorta di scontro mediatico creando tutta una sorta di brand lovers (sia di Barilla che della famiglia tradizionale) che protesta e attacca gli haters (quelli appunto de "#boicottabarilla"). Sarà curioso vedere l'effetto di tutto questo caos sulle vendite. E' difficile prevedere il risultato. Di sicuro è una mossa rischiosa, vedremo.

C'è poi un'altra questione sempre legata al marketing, ovvero il target di vendita di un prodotto. Barilla, per tradizione, punta alla famiglia chiamiamola "tradizionale" e lo ha sempre mostrato nelle sue pubblicità. E' una scelta che guardando ai risultati direi molto azzeccata. "Dove c'è Barilla c'è casa", e per casa si intende famiglia con padre, madre e figli. Gli spot sono rivolti a questo target e non, ad esempio, al 30enne single che vive da solo. Non c'è nulla di strano o sbagliato in questa scelta.

Veniamo poi all'ultima questione: la libertà di espressione. Guido Barilla potrebbe aver anche o solamente espresso una sua opinione sul concetto di famiglia: per lui la famiglia è formata da un padre e una madre con figli.. 
D'altronde è stato chiaro: "la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale". E' la sua idea, condivisibile o meno.
E' libertà d'espressione, ed è sacra fintanto non sia offensiva. L'imprenditore non ha insultato le coppie gay o ha mandato in onda uno spot in cui in qualche modo mancava di rispetto a loro. Trovo tutta la polemica estremamente sciocca ed inutile in un Paese che sta diventando "bigotto" sia in chi tutela la tradizione sia paradossalmente in chi quella tradizione la combatte quasi fosse una religione farlo (rischiando di essere più liberticida dei primi).

Ed è per questo che non boicotterò la pasta Barilla. Se vorrò o no comprarla, sarà per il rapporto qualità/prezzo dei suoi prodotti perchè ques0ta polemica proprio non mi tocca.

Ha ragione Selvaggia Lucarelli nel dire  
"Mi preoccuperei se Guido Barilla non assumesse lavoratori gay nella sua azienda, mentre immagino che ce ne siano molti e immagino pure che l’idea del boicottaggio non li entusiasmi per niente. Io continuerò a comprare la pasta Barilla, se capita, e vi dirò di più: continuerò a guardare i loro spot con famiglie in cui non mi riconosco perchè non vedo gay ma non vedo manco donne single che cenano con i figli. Ma chissenefrega."
così come ha ragione un ragazzo straniero che ha commentato il messaggio scritto su Facebook da Guido Barilla sulla fanpage dell'azienda:
"As a homosexual, I'm not offended. It's Guido's privilege to feel this way. just as it's my privilege to not purchase his pastas and sauces." (Da omosessuale, non sono offeso. E' un privilegio di Guido sentirsi in questo modo, così come è un mio privilegio non comprare la sua pasta e i suoi sughi")

 Mai commento più intelligente fu scritto su questo tema. Il resto è polemica inutile, sciocca. Il resto è noia...
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lunedì 16 settembre 2013

Un video che tutti i giovani (ma non solo) dovrebbero guardare

Cari lettori, prendetevi una ventina di minuti del vostro prezioso tempo (magari mentre siete sul treno tornando da scuola/lavoro) per guardarvi questo intervento di Andrea Pontremoli, attuale CEO e General Manager Dallara.
Dal suo racconto capirete cosa lo abbia spinto alle scelte che ha fatto nella vita, come l'unthinkable sia stato, assieme alle sua passioni, una componente attiva della sua vita e del suo successo. 


 
Tre i  passaggi che mi hanno particolarmente colpito: il primo, quando dice che ha scelto il primo lavoro solo perchè permetteva lui di continuare a svolgere la sua passione (il deejay); il secondo, quando racconta ciò che intendeva sua nonno con "successo"; la terza, quando parlando del progetto ritenuto impossibile da tutti gli ingegneri contattati, hanno risolto il problema e realizzato il "progetto impossibile" assumendo 14 neolaureati "che loro non sapevano che era impossibile...l'han fatto".

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giovedì 1 agosto 2013

Fregature dei bandi dello Stato e verità sul perchè la burocrazia non venga eliminata

Fonte immagine: Espresso
Me lo ha postato un mio caro amico. Copio e incollo (mantenendo il linguaggio originale. Rende di più l'idea dell'umore di chi è dentro a queste cose) allegando anche un paio di messaggi che ci siamo scambiatifra di noi.

"E poi leggi un bando per un'offerta di collaborazione a un progetto pubblico.
Interessante, si parla di cose innovative, digital, smart city. Insomma, paroloni supercool, bella zio, yeah.
Si, proprio tutte quelle belle supercazzole di cui i nostri politici amano infarcire i loro discorsi, ultimamente, come se non ne avessero già pronte abbastanza, di cagate da dire.

Poi leggi che il progetto dura fino al 2015, e dunque ti costringerebbe a tenere un contratto (misero) per anni, fatturare e non poter accedere ad eventuali altre cose (un -ormai fantomatico- contratto di lavoro dipendente, ad esempio!) proprio per questo motivo.

Poi leggi le mille dichiarazioni che devi sottoscrivere, che sembrano messe lì giusto per dire "sei un p.iva, tu si che fai i soldi! Guarda che ti teniamo d'occhio, e con questi pezzi di carta lo faremo ancora di più, stai certo che ti becchiamo perché sei di sicuro un criminale".

Poi leggi che ti pagano in due tranche. Una a metà, una alla fine. Totale 4000 sacchi di cui 2000 all'anno, forse. I primi da 1.5 anni a questa parte. MINIMO. E intanto però il lavoro tu lo fornisci.

Ah dimenticavo, 4000 sacchi LORDI.

4000
- INPS 28% (per pagare non te, figurarsi, ma chi è andato in pensione a 40 anni e se la gode adesso)
- Tasse 5% (e ti va già bene che hai meno di 35 anni)
- Inflazione (facciamo per prudenza 2%)

=

2600 € in 2 anni e mezzo.

Eh beh. So'ssoldi.

Poi leggi che per fare domanda, sì, soltanto per quello, ti chiedono 16 euro di marca da bollo.

Non 2 euro. Non semplicemente "una mazza" come dovrebbe essere.
SEDICI EURO.

(e non osate dirmi "è così eh, cosa credi?", state bene attenti)

Insomma, diciamo che un paio di cene con tutte le domande che riceveranno, se le tireranno su.

Ed è così che ti fermi un attimo, e pensi: "ma che minchia sto facendo?".

E mandi a quel paese tutto, il tempo perso anche solo a leggere e stampare la carta, e pensi seriamente: "e se quei 16 euro... 16 giusti giusti... me li giocassi in gratta e vinci? Mi sa che mi conviene. Non ne tirerò su 4000 ma magari ci scappa l'aperitivo".

Vai a farti la doccia. Sotto l'acqua pensi ancora.
"Dai, fa fresco. Un giretto giù in paese. Un paio di gratta e vinci. Se ci va bene magari dopo ci mettiamo anche una sambuca. Stasera mamma fa la pasta."

Sì, proprio così. Proprio così fan crescere i giovani, li fanno uscir di casa, cambiare vita, crescere una famiglia, guadagnarsi onestamente il pane, insomma, IL FUTURO.

Si, si. Proprio così che il paese funziona.

Eh si."
Da questo poi è scaturita una "dicussione" (non so se sia corretto chiamarla così, visto che eravamo d'accordo su tutto) interessante.

Il sottoscritto fa notare che, oltre alle tasse da pagare, lo Stato con quei 16 euro alla fine ci guadagnerà pure. Pensate a quanta gente farà domanda e pagherà quei 16 euro di marca da bollo: mille? 5mila? 10mila? E dovrà pagare 4mila euro lordi. Un bel guadagno.

Considerazione interessante del mio amico:

"Eh già. Ma il lavoro, quello vero, stipendiato, sai a chi lo danno?
A quello che ha scritto il bando.
A quello che raccoglie i soldi delle marche da bollo.
A quello che vende i baracchini che stampano le marche da bollo (azienda sicuramente partecipata
statale).
A quello che farà il colloquio.
A quello che sta lì a guardare mentre ti fanno il colloquio.
A quello che apre la porta quando vai al colloquio.
Al bar che porta i caffé il giorno del colloquio.
A quello che coordina.
A quello che supervisiona.
A quello che controlla.
Al tizio dell'INPS che fa i controlli.
Al tizio dell'INAIL che fa i controlli.
A quello che scrive i dettagli della fattura.
A quello che si preoccupa di gestire i pagamenti.
A quello che si preoccupa di sollecitare i pagamenti che non arrivano.
A quello che dovrà riscrivere tutto quando sarà cambiato il sindaco.
Al notaio."

E purtroppo è vero. Al che aggiungo una piccola e scomoda verità, sul perchè la tanto odiata burocrazia sempre lì rimane da anni e anni:

"Quando sento parlare di "eliminare la burocrazia" mi vien da ridere. Eliminare la burocrazia vuol dire lasciare a casa un fracco di gente che non serve a nulla. Non dico sia lavativa, anzi! Molti si impegnano pure in quel che fanno, sicuramente. Però sono lavori inutili. Non è che dall'oggi al domani elimini queste cose perchè, purtroppo, c'è tutto un sistema che ci vive"

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lunedì 15 luglio 2013

La scomoda verità sui tumori a Taranto che Bondi non ammetterà mai

Parole che hanno suscitato sdegno quelle del commissario straordinario Bondi sui tumori a Taranto. Secondo ciò che c'è scritto nella lettera da lui inviata a Nichi Vendola e Giorgio Assennato (direttore generale dell'Arpa), egli sostiene che (fonte):

"E' erroneo e fuorviante attribuire gli eccessi di patologie croniche oggi a Taranto a esposizioni occupazionali e ambientali occorse negli ultimi due decenni". Allora di chi è la colpa? "Fumo di tabacco e alcol, nonché difficoltà nell'accesso a cure mediche e programmi di screening".
Alla nota viene allegata una perizia che tenta di smentire gli studi compiuti dal Ministero della Salute e dalla stessa Arpa: "L'incidenza e la mortalità per tumori riflette esposizioni che risalgono a un lontano passato - viene scritto nel documento citato dal quotidiano diretto da Padellaro - I tumori al polmone hanno una latenza di 30-40 anni, e riflettono quindi essenzialmente esposizioni dagli anni '60 e '70, o precedenti. A tale proposito è noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alto rispetto ad altre aree del Sud".
"L'enfasi sul possibile ruolo dell'impianto siderurgico sulla mortalità a Taranto sembra essere un effetto della pressione mediatico-giudiziaria, ma non ha giustificazioni scientifiche"

Sicuramente l'inquinamento atmosferico di altre aziende e automobili, il tabacco etc etc influiscono, nessuno nega ciò, però la difesa mi sembra alquanto ridicola.

Voglio però concentrarmi su un passaggio, sfuggito a molti:
"I tumori al polmone hanno una latenza di 30-40 anni, e riflettono quindi essenzialmente esposizioni dagli anni '60 e '70, o precedenti".
Questa dichiarazione è molto interessante. l'Ilva infatti è stata privatizzata negli anni '90 (1995), prima era un impianto pubblico (costruito nel 1961). Se i tumori di oggi sono colpa delle emissioni dagli anni '60 e '70, la colpa non è quindi solo dei Riva, ma anche, guarda un po'....dello Stato!

Sono cose che già io dissi quando mi domandai "Ilva: quanti miliardi dovrebbero essere sequestrati allo Stato?", in cui, citando papers e studi, feci notare come a pagare non debba essere solo la famiglia Riva ma anche lo Stato italiano. Un breve estratto:

"Ad esempio, vi è un articolo del 2/11/2008 molto interessante apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno che denuncia: “L'area jonica fu definita nel 1986 «ad elevato rischio ambientale». Taranto aveva record di mortalità già negli anni Settanta, a conferma del fatto che il collegamento qualità della vita-qualità dell’ambiente è problema che non nasce certo oggi, e - purtroppo - a conferma anche del fatto che in troppi, per troppi anni, hanno fatto finta di non vedere o di non sapere che i veleni dell’aria stavano minando alla base un’intera popolazione. Esiste un ricco corredo di studi, tutti di fonte più che autorevole, a testimoniare questo dato inoppugnabile. Una serie di allarmi che probabilmente sono stati sottovalutati troppo a lungo. È appena il caso di citare i due studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla mortalità dell’area tarantina (uno del 1997, l’altro del 2001) che già evidenziavano un eccesso di mortalità, sia per tutte le cause sia per le patologie tumorali. E va anche ricordato che sin dal 1986 l’area studiata dall’Oms era stata definita ufficialmente "ad elevato rischio ambientale" con legge dello Stato, e successivamente (nel 1998) inclusa fra i 14 siti ad interesse nazionale ove necessitavano interventi di bonifica.

Altro rapporto interessante è "Ambiente e salute a Taranto: evidenze disponibili e indicazioni di sanità pubblica", in cui, fra le altre cose, si riporta che il tasso di mortalità (seppur più alto della media) è in diminuizione anche a Taranto, mentre le morti causate da tumore sono ai livelli di metà anni '80 (quando, ripeto, l'Ilva era statale)."


Insomma, indirettamente Bondi dice che la colpa dei tumori a Taranto in questi anni è dovuta alle emissioni avuto dagli anni '60 e '70, quando l'Ilva era pubblica, statale. Non l oammetterà mai. Nessuno lo farà mai.

Facendo due più due però, fossi in un tarantino inizierei a farmi molte domande.

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lunedì 3 dicembre 2012

Una proposta alle imprese in difficoltà: pagare gli straordinari con recuperi ore

Proposta alle imprese in difficoltà che potrebbe far risparmiare qualche soldo che in un momento di crisi come questo fa sempre comodo.

La proposta è nata per caso. Apprezzata da un mio amico (Kulz), ho deciso prima di pubblicarla sulla fanpage e in seguito approfondirla qui sul blog. Vado subito ad illustrarvela.

Le ore di straordinario vengono utilizzate dalle aziende sostanzialmente per aumentare la produzione al fine di rispettare i limiti di una consegna in seguito ad un aumento di domanda dei beni che essa produce, oppure per produrre costantemente un quantitativo X in più di bene ma non tale da necessitare l'assunzione di un nuovo dipendente.

Anche in un periodo di crisi può capitare di avere richieste molto superiori alle attese per pochi giorni al mese, penso ad esempio all'ultima settimana prima della chiusura estiva e alle prime dopo la riapertura (esperienza personale), oppure alle paghe da fare nel caso di un ufficio paghe (che arrivano tutte assieme e non si possono fare prima nei giorni più liberi) che per forza constringe i dipendenti a fare straordinari.

Qui la mia proposta: al posto di pagare queste ore in più, si diano ore di riposo compensative. In pratica, in quei giorni in cui c'è poco da fare, i dipendenti (a turno) rimangono a casa oppure staccando X ore prima. In questo modo loro guadagnano ferie/ore di riposo e l'azienda risparmia soldi sul costo degli straordinari

Questa soluzione è tutt'oggi adottata nel pubblico (non so se in tutti i settori, nella sanità sicuramente) con buoni risultati (avendo il padre che lavora in economato conosco molta gente e tutti sono estremamente soddisfatti delle ferie che hanno in più grazie a questo metodo), quindi anche il fatto del minor impegno in quelle ore dato dalla mancanza di una retribuzione extra è una critica infondata.

Capisco che tanti di voi facciano gli straordinari per arrotondare lo stipendio, però questa è una soluzione temporanea per le aziende in difficoltà che stanno cercando in tutti i modi di risparmiare il più possibile senza licenziare nessuno.

venerdì 21 settembre 2012

Stato solidale...ma solo con qualcuno, a patto che faccia rumore

La vicenda Sulcis-Alcoa occupa ancora le prime pagine dei giornali. Non si sa ancora se la chiusura degli impianti verrà effettivamente posticipata, non si sa se effettivamente ci siano dei compratori e, soprattutto, che condizioni vogliano. Intanto lo Stato e l'opinione pubblica fa finta di dimenticarsi di tutte le altre imprese in difficoltà

Le condizioni sono un punto fondamentale: se gli impianti Alcoa sono fuori mercato, se la miniera Sulcis è fuori mercato (e quella lo è da minimo 80 anni), perchè mai un privato dovrebbe rischiare tantissimi soldi quando il guadagno atteso, viste le condizioni attuali, non coprirebbe i costi?

Ripercorrendo la storia, notiamo che lo Stato è sempre intervenuto per mantenere in vita queste due aziende che, a mio parere, dovevano chiudere anni e anni fa: sarebbe stato economicamente più conveniente per lo Stato, per i cittadini e per gli stessi lavoratori.
Partiamo dalla Sulcis: leggendo il suo passato si scopre che la miniera è entrata subito in crisi ad inizio '900 e dal 1971 è un susseguirsi di sussidi statali per tenerla aperta. Nel 1993 sembrava tutto finito ma un decreto dell'anno successivo riapre la miniera per dare lavoro ai minatori. Essendo però sempre anti economica ricominciano i sussidi, 420 miliardi di lire, che poi risultano NON ESSERE SUFFICIENTI. Quindi si obbligò l'Enel a comprare per otto anni l’elettricità del Sulcis a 160 lire per kwh, quando il costo medio di produzione dell’Ente è di 72 lire (quindi meno della metà). Indovinate un po' chi ha pagato tutto ciò? Ma noi consumatori ovviamente!
Qui si ferma il racconto, ma ovviamente non è finita: dal 1996 ad oggi le miniere Sulcis sono costate 600 milioni di euro! Senza contare i 200 necessari ora e non si sa per quanti anni.
La Carbosulcis è una società che ha chiuso il 2011 in perdita per 25 milioni di euro, nonostante i 35 milioni di finanziamenti pubblici! Vi pare normale una cosa del genere?

Per quanto riguarda Alcoa è la stessa cosa:Calcolando anche gli anni successivi sarà il ministro Sacconi a parlare di un miliardo di euro di aiuti. Per i dieci anni precedenti si possono così stimare circa 2 miliardi. Alcoa, quindi, per produrre alluminio in Italia ha usufruito di un sostegno dallo Stato di circa tre miliardi.

Mi viene ovviamente da pensare che il gioco sia su quanti soldi di sussidi lo Stato sia disposto a dare negli anni all'azienda X interessata, i quali si tradurranno in costi maggiori nelle nostre bollette cari cittadini.

Ma oggi voglio lanciare una provocazione: questi soldi servirebbero, de facto, far mantenere il posto di lavoro ad operai e minatori si S&A.
In Italia ogni giorno aziende chiudono, falliscono, lasciano a casa dipendenti. I dati parlano chiaro:
Dal 2009 al 2012 il trend dei fallimenti nella penisola mostra un evidente e costante aumento: dalle 2.202 chiusure registrate nel primo trimestre 2009, infatti, si e' passati ai 2.825 casi del primo trimestre 2010, ai 2.988 del primo trimestre 2011, fino ai 3.001 rilevati al 31 marzo scorso. Dall' 1 gennaio 2009 alla rilevazione attuale in Italia sono state complessivamente 35.839 le imprese che hanno portato i libri in Tribunale dichiarando fallimento. I fallimenti si sono concentrati principalmente nelle aree della penisola a maggior vocazione imprenditoriale.
Solo nel primo trimestre del 2012, la media è stata di 33 fallimenti AL GIORNO! Quanti posti di lavoro si sono persi?
Perchè a loro lo Stato non da nulla? Magari queste sono aziende in difficoltà solo dall'inizio della crisi (prima erano virtuose), magari devono chiudere perchè hanno crediti milionari verso lo stesso Stato, il quale non paga.
Nel 2009 Bankitalia ha quantizzato in 64 miliardi l'ammontare totale dei crediti che le imprese (100.000 secondo le stime) vantano nei confronti dello Stato (di cui la maggior parte verso Regioni e Comuni), il che vuol dire avere un debito medio di 640.000 euro ad impresa. Ci stupiamo poi se ogni giorno aziende falliscono o lasciano a casa dipendenti? Tra l’altro, le tasse però, quelle imprese le devono pagare lo stesso, il che porta ad una situazione tragicomica tipicamente italiana.
Non sarebbe meglio, al posto di sussidiare aziende fuori mercato (per nondire morte) come Sulcis-Alcoa&company iniziare a pagare i debiti verso le imprese appena citate sopra? Si salverebbero in quel modo numerosissimi posti di lavoro con soldi che spettano a loro di diritto, e non per applicare teorie economiche di dubbia valenza ed efficacia.

Che differenza c'è fra quei dipendenti e quelli sardi? Perchè i primi no e gli altri sì? Forse perché fanno meno rumore? Oppure portano meno voti alle elezioni?

martedì 24 luglio 2012

Una delle cause della bassa produttività in Italia: pochi investimenti nella ICT

Un breve commento al paper della Banca d'Italia riguardo l'evidenza nell'impatto degli investimenti in Ricerca e Sviluppo R&S) e Tecnologia dell'Informazione (ICT) sull'innovazione e la produttività nelle aziende italiane

Il paper è in inglese e lo trovate a questo indirizzo. Se masticate un po' di inglese e studiate economia vi consiglio di leggerlo perchè può esservi utile. Gli altri possono evitare e leggere il mio breve ma esaustivo (spero) commento.

In sostanza, gli auturi hanno verificato che investire in R&S e ICT comporta un aumento della capacità innovativa e della produttività (e quindi della competitività) delle imprese, anche se esse agiscono per "canali" differenti.

I risultati mostrano che la R&S risulta essere più rilevante per l’innovazione, mentre l’ICT incide direttamente sulla produttività.

Hanno effettuato una serie di test di complementarietà in cui risulta che le due tipologie di investimento risultano sostanzialmente indipendenti. Emerge infine al contrario una forte complementarietà, ai fini dell’attività innovativa di prodotto e di processo, tra la presenza di lavoratori con elevato capitale e la spesa in R&S.

E' triste vedere poi il grafico che mostra gli investimenti in ICT in Europa (più Stati Uniti) in cui vede l'Italia fanalino di coda insieme a Spagna, Portogallo e Austra (mancano i dati di Grecia e Lussemburgo):


Se vi state chiedendo il perchè la produttività italiana sia bloccata da anni, eccovi uno dei motivi più rilevanti.


lunedì 30 gennaio 2012

Pressione fiscale sulle imprese: ecco perchè in Italia gli imprenditori non investono


E' da un paio di settimane circa che mi sto occupando dell'argomento Impresa in Italia. Ho analizzato contro chi gli operai dovrebbero protestare (se con gli imprenditori/multinazionali o se con i politici che ci hanno governato) e quali siano le cause per cui gli stipendi siano de facto bloccati da 10 anni.

L'argomento di oggi sono invece le tasse che le nostre imprese devono pagare in confronto alle media europea e mondiale. In aiuto ci viene il rapporto "Paying Taxes 2011" redatto dalla Banca Mondiale assieme a PWC.

A pagina 31 trovate la figura 2.17 che è molto eloquente:

Essa raffigura la tassazione totale sulle imprese. Come potete ben vedere, il paese (in Europa) con le imprese più tassate è l'Italia, anche più della tanto decantata Svezia.


A fare la differenza è il mix tasse sul lavoro-tasse sui profitti. Guardando gli altri paesi, l'alta tassazione di una comporta una tassazione più bassa dell'altra, mentre in Italia sono entrambe elevate.
Bisogna aggiungere poi che i servizi, pagati con queste tasse e offerti dallo Stato Italiano non sono minimamente all'altezza delle stesse (pensiamo all'efficacia della giustizia, ai costi di trasporto, all'illegalità diffusa, alla burocrazia etc etc).


Se vi chiedete del perchè aziende e imprenditori esteri non investano facilmente qui in Italia ed anzi, tendano ad andarsene, buona parte della spiegazione la trovate proprio qui.

ps: consiglio anche il post su Scenari Politici

sabato 12 marzo 2011

Da quanto la Produzione Industriale italiana è in crisi?


Notizia di un pai odi giorni fa è che la produzione industriale italiana è in calo dell'1.5% rispetto al dicembre scorso.

Spinto dalla curiosità, sono andato a verificare un po' di dati riguardanti proprio la produzione industriale, cercando di confrontare il nostro paese con gli altri per vedere le differenze.

La prima cosa che ho notato è come, da questo punto di vista, la crisi italiana non è iniziata nel 2007-2008 come negli altri paesi, ma da ben 10 anni circa (appena dopo la vittoria di Berlusconi per capirci, anche se le cause sono anche per le politiche del centro sinistra).

Questo grafico (basato sui dati ISTAT) mostra bene la differenza fra la produzione industriale italiana e quella dell'area euro (fonte):



Si può notare come la forbice aumenti in maniera sostanziale dal luglio '03 arrivando ad una differenza di circa 20 punti nel gennaio '08. Questo dipende anche dalla produttività italiana che, guarda caso, è entrata pesantemente in crisi 10-15 anni fa circa.

ATTUALITA'

Partendo dagli ultimi dati Eurostat, ho ricavato alcuni grafici per capire la situazione italiana ed europea.


Questi sono i dati partendo da Febbraio 2010 a Gennaio 2011. Si può notare come il livello della produzione per l'Italia sia bene o male allo stesso livello dell'anno scorso. Peggio di noi solo la Grecia (che però è anora nel pieno della sua crisi). La Spagna ci ha raggiunto e verso gli altri paesi abbiamo perso terreno.





In questo altro grafico, ho confrontato i dati di dicembre 2010 (avrei preso quelli di gennaio 2011, ma non erano completi): come potete notare, l'Italia è ben al di sotto della produzione europea e delle migliori economie, segno che il nostro paese stenta (e di molto) a ripartire.


Come ho già scritto, le riforme vanno fatte, anche in fretta, molto in fretta, sennò rischiamo veramente di rimanere "impantanati" nel fango della crisi mentre gli altri escono e ricominciano a correre.


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