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venerdì 24 maggio 2013

Sui dottorati e magistrali in inglese e sulla ridicolaggine dei prof universitari

Se volevate un'altra, ennesima prova che le università italiane non siano all'altezza di quelle straniere anche (se non soprattutto) per colpa di chi ci insegna eccola qui:

Il Politecnico dovrà dire addio al progetto di estendere la lingua inglese a tutti i corsi delle lauree magistrali (ovvero i due anni dopo la triennale) e dei dottorati. Ad affermarlo è il Tar, che ha accolto il ricorso presentato da 150 professori contro il provvedimento approvato a maggio dello scorso anno dal Senato accademico, che prevedeva l’inglese come unica lingua delle lauree di secondo livello a partire dal 2014. Già oggi al Politecnico sono 17 le lauree magistrali, due quelle triennali e 24 i dottorati di ricerca dove l’italiano è off limits, mentre la nuova iniziativa doveva riguardare tutti i 34 corsi specialistici.(da: Repubblica)

150 professori hanno presentato un ricorso a questa iniziativa in quanto è incostituzionale e minaccia la libertà di insegnamento e discrimina gli studenti. Discrimina gli studenti avete capito?

Lasciatemelo dire: sono caxxate, ma grosse anche. Cari studenti (e vi parlo da studente), alla maggior parte dei professori universitari non gliene frega nulla di voi. Non lo fanno per voi, ma solamente per loro.

Sì perchè basta andare in una qualunque università italiana per vedere professori che "spiegano" leggendo le solite slides fatte anni e anni fa e che magari manco metteno su internet, così da obbligarvi a spendere soldi per i biglietto del treno e seguire una lezione totalmente inutile in quanto, se permettete, le slides sono capacissimo di leggermele anche a casa per conto mio.
Loro non vogliono corsi solo in inglese perchè...non lo sanno! Un provvedimento come questo metterebbe in luce il sistema molto poco meritocratico con il quale vengono scelti i professori universitari da 30 anni a questa parte (anzi, forse di più)! Ovviamente loro si oppongono, ma per loro questioni personali, mica per il bene di noi studenti! Il posto sicuro di prof universitario ordinario/associato fa gola a tutti...e chi ce l'ha se lo tiene ben stretto tanto anche se son fannulloni nessuno dice niente.
Certo, non tutti sono così, però vi assicuro che non sono pochi ed è anche per questo motivo che le nostre università sono così indietro nelle classifiche mondiali.

Perchè sarebbe un bene avere corsi magistrali e dottorati in inglese? Semplice: volenti o nolenti, è la lingua della scienza (e non solo). La maggior parte dei papers (comunque tutti i più importanti) sono scritti in inglese per dare la possibilità a tutti gli studiosi del mondo di leggerli e capire cosa c'è scritto. Tra l'altro, spesse volte gli autori sono di nazionalità diversa e quindi ovviamente devono utilizzare una lingua che entrambi conoscono (l'inglese appunto).

"Obbligare" gli studenti a studiare determinate materie in inglese nel breve sarà ovviamente più faticoso (anche qui, a mio avviso per colpa del sistema scolastico che non prepara a dovere) ma nel medio/lungo periodo aver studiato quelle materie in inglese ed essere abituati a farlo renderà la vita molto più facile a tutti loro una volta laureati ed entrati nel mondo del lavoro. Tra l'altro, avranno facilmente la possibilità di emigrare (temporaneamente o per sempre) all'estero e, al contempo, studenti stranieri saranno più facilmente attratti nel venire a studiare nelle nostre università (a patto che i corsi siano interessanti e vengano insegnati bene...) e costruirsi più facilmente una vita qui. Al posto di esportare laureati ed importare, con il massimo rispetto possibile, muratori inizieremo anche noi ad importare giovani e brillaanti studenti/laureati.


Un consiglio da studente a studente: prima di scendere in piazza a protestare ignorantemente a fianco dei baroni, fermatevi un attimo, pensate anche a questa vicenda e ponetevi alcune domande.

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lunedì 13 maggio 2013

Il sistema scolastico italiano fra i peggiori dei paesi sviluppati

Il rapporto del World Economic Forum è sempre un buon resoconto globale che prende in esami varie categorie economiche e sociali per capire come un paese si posizioni nei confronti degli altri (vicini/lontani, più/meno sviluppati e diversi).

Visto l'interessamento avuto da Santoro nell'ultima puntata di Servizio Pubblico, direi di guardare alle statistiche riguardo l'educazione scolastica del nostro paese. Come ne usciremo?

Per chi mi segue o si interessa della materia non dirò nulla di nuovo, per i neofiti invece potrebbe risultare scioccante ciò che andrò ad illustrare. Il sistema scolastico italiano, mi spiace dirlo, non è assolutamente all'altezza degli altri paesi "occidentali". Ciò era già emerso dagli Invalsi degli anni scorsi in cui, salvo rare eccezioni, le prestazioni degli alunni italiani erano al di sotto della media OCSE (in alcuni casi di molto).
Ovviamente, siccome noi ci riteniamo più furbi ed intelligenti degli altri, al posto di fermarci a riflettere sui motivi di questi brutti risultati, abbiamo criticato aspramente i test, minacciando di invalidarli o invitando i professori a non somministrarli agli alunni.

Anche nella ricerca del WEF notiamo tutto ciò. Prendendo la tabella "Quality of the educational system" notiamo come la nostra povera Italia sia all'87° posto, lontana anni luce da praticamente tutti i paesi sviluppati.

Tabella 5.03, pagina 443





Ci va un po' meglio per quanto riguarda scienze e matematica con un 65° posto (fanno peggio di noi, fra le altre, Portogallo e Spagna)

Tabella 5.04 pagina 444

Impietoso infine il confronto con gli altri paesi sull'accesso a internet nelle scuole: 86° posto, ultimo fra i paesi sviluppati (assieme a Brasile e Argentina):




Al posto di protestare contro i test (sicuramente migliorabili, ma quanto tutti dicono la stessa cosa forse...), sarebbe forse ora di riformare questa maledetta scuola e successivamente aumentare la spesa pubblica in questo settore per migliorare la situazione (visto il declino intellettuale italiano...).
Magari, una volta fatto ciò, la smetteremo di votare pagliacci...

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martedì 10 luglio 2012

Che futuro ha un paese in cui i tassisti hanno più peso dei ricercatori?

Breve riflessione sui recenti tagli alla ricerca

Tempo di "Spending Review", di tagli alla spesa pubblica (se vogliamo dirlo all'italiana) imposti dalla condizione finanziaria ed economica attuale del nostro paese malato. La tabella con tutti i tagli la trovate a fianco (fonte).
Sebbene personalmente sia d'accordo sull'evitare di spendere soldi per cose inutili/poco utili/utili ma mal gestite e (inmolti casi) per arricchire amici, parenti o comprarsi indirettamente voti, c'è modo e modo di tagliare.
Fra le molte polemiche causate dal decreto, una in particolare sta facendo un pochino di clamore (ma neanche tanto) giusto perchè cade in concomitanza con la scoperta del Bosone di Higgs (o "Particella di Dio): i tagli alla ricerca.

Premetto che sono ASSOLUTAMENTE d'accordo con chi protesta: i centri di ricerca sono importantissimi per il futuro e il prestigio di un paese e vanno tutelati ed aiutati (in generale). Qui trovate la distribuzione dei tagli ai vari enti e alcune dichiarazioni presidente dell'istituto Fernando Ferroni prese dalla sua lettera scritta a Napolitano.

Mi preme davvero fare un parallelo con la questione dei tassisti di qualche mese fa. Vi ricordate la protesta appoggiata anche dal PDL dei tassisti contro la "liberalizzazione" delle licenze? Alla fine purtroppo non se ne fece nulla e il rapporto qualità/prezzo del servizio taxi fa (in media) schifo come prima.

Ora voglio proprio vedere cosa succederà questa volta, quindi invito tutti i ricercatori e i dipendenti di questi istituti a scendere in piazza proprio come fecero i tassisti. Rinunceranno ai tagli? Spero di sì, perchè in caso contrario, che futuro può avere un paese in cui i tassisti (con tutto il rispetto del mondo sia chiaro) hanno più peso dei ricercatori?



sabato 17 dicembre 2011

Risposta del Rettore riguardo al concorso alla Amedeo Avogadro e vittoria del web


In merito al concorso per un posto di ricercatore di Economia politica bandito dalla Facoltà di Giurisprudenza di Alessandria, il Rettore, professor Paolo Garbarino, dopo aver effettuato una verifica degli atti, ha riscontrato irregolarità. Gli atti, pertanto, non sono stati approvati e sono stati rinviati alla Commissione giudicatrice. La Commissione è stata invitata formalmente a riconvocarsi per rinnovare la procedura concorsuale a partire dalla definizione dei criteri, in coerenza con la normativa vigente.

lunedì 12 dicembre 2011

Petizione contro concorso truccato: posto di ricercatore all' Università Amedeo Avogadro

(VEDI AGGIORNAMENTO ALLA FINE DELL'ARTICOLO)


L'università italiana non funziona bene e va riformata (non in un Gelmini style). Uno dei motivi per cui sia necessaria una forte riforma e un controllo migliore nella scelta di ricercatori e professori sono i concorsi con i quali ricercatori e professori stessi vengono scelti e che sono la base di una corretta ed efficiente istruzione e produzione universitaria. Una metodologia di giudizio trasparente unita ad un controllo serio permetterebbo giudicare e quindi scegliere i candidati migliori.

Purtroppo i ciò non avviene anzi, i concorsi manipolati sono sempre all'ordine del giorno. Dopo il caso di Roma Tre (in quell'occasione fu un concorso per un professore ordinario) in questi giorni si ripresenta un caso analogo, però per un posto di ricercatore.

L'università è la mia, la Amedeo Avogadro (anche se la facoltà è quella di Giurisprudenza, io invece sono ad Economia). Il concorso riguarda un posto da ricercatore per Economia Politica.

Vi è una petizione online che vi chiedo di firmare. Il testo è il seguente:

LETTERA APERTA AL RETTORE DELL’UNIVERSITÀ DEL PIEMONTE ORIENTALE
Al Magnifico Rettore
dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’
Ill.mo Prof. Paolo Luciano Garbarino
Via Duomo, 6
13100 Vercelli

Oggetto: Procedura di valutazione comparativa per un posto di ricercatore nel settore scientifico-disciplinare SECS-P/01 (Economia Politica) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’, con bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 97 del 7 dicembre 2010.

Roma, 9 dicembre 2011

Ill.mo Prof. Garbarino,

Siamo un gruppo di ricercatori e professori, animati dalla convinzione che le attuali procedure pubbliche di selezione del personale accademico, nel nostro Paese, debbano rispettare i più rigorosi standard di trasparenza e qualità, evitando ogni potenziale conflitto di interesse tra valutato e valutatore.

Per tale ragione, desideriamo portare alla Sua conoscenza le forti perplessità che nutriamo rispetto alla vicenda concorsuale in oggetto, sulla base delle notizie di stampa fin qui circolate e delle informazioni disponibili in merito.

Chi scrive non dispone certo né dei verbali della commissione (ancora non disponibili online e per i quali non abbiamo la possibilità di accedere agli atti) né del materiale originale spedito dai candidati. E’ tuttavia possibile per chiunque visionare i curricula dei candidati, accessibili online, al fine di procedere ad una immediata valutazione comparativa circa i meriti attuali dei candidati. Dalla semplice lettura dei loro curricula emerge una evidente disparità tra la qualità media dei profili dei candidati non vincitori e quella del candidato designato come vincitore dalla Commissione esaminatrice.

Siamo consapevoli di quanto sia complessa la valutazione delle capacità di un giovane ricercatore, e dell’autonomia che ciascuna Commissione può darsi nella definizione dei criteri di valutazione. Tuttavia, nel caso di specie, l’applicazione di ogni possibile, ragionevole e legittimo criterio alternativo di scelta condurrebbe chiunque, a nostro avviso, ad escludere dal novero dei possibili vincitori proprio il candidato giudicato idoneo dalla Commissione.

Innanzitutto la vincitrice rivela una produzione scientifica significativamente inferiore a quella di tutti gli altri 12 candidati partecipanti alla procedura di valutazione comparativa. In particolare, non presenta alcuna pubblicazione su rivista, né internazionale né italiana, a differenza di tutti gli altri 12 candidati. La tabella riportata in allegato (vedi [1]) mostra infatti che, secondo le graduatorie risultanti dall’applicazione dei quattro indici bibliometrici il cui uso è comunemente riconosciuto nella disciplina di afferenza – ISI Impact Factor (IF), H-index personale (PHI), Scopus Impact Factor (S-IF) e H-index delle singole pubblicazioni (HI) – la vincitrice risulta invariabilmente ultima.
L’originalità e la rilevanza all’interno della comunità scientifica del contributo di molti degli altri candidati è comprovata dalla pubblicazione di articoli su riviste internazionali con consolidata – e in alcuni casi elevatissima – reputazione presso la comunità scientifica internazionale quali, per esempio, American Journal of Economic and Sociology, Computational Economics, Economics Letters, Economic Modelling, Forum for Social Economics, Health Economics, Journal of Development Studies, Journal of Economic Psychology, Journal of Post Keynesian Economics, Public Choice, Structural Change and Economic Dynamics, Review of Political Economy, The Manchester School. Inoltre mediante Publish or Perish è facile rilevare che, diversamente dai lavori della candidata vincitrice – che non hanno finora ricevuto alcuna citazione – la produzione scientifica degli altri candidati ha avuto in media una discreta diffusione internazionale, risultante in un congruo numero di citazioni ricevute.

Al riguardo si rileva che il bando di concorso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 7 Dicembre 2010 [2] stabilisce esplicitamente che la valutazione comparativa si avvalga di indici bibliometrici qualora il settore disciplinare ne riconosca l’uso a livello internazionale. Tali indici sono ampiamente usati nelle materie afferenti al settore disciplinare dell’economia politica a livello internazionale. In Italia, nell’attesa che vadano a regime i nuovi decreti per l’abilitazione scientifica nazionale, si può fare riferimento al documento dell’ANVUR del 22 Giugno 2011 sui “Criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari all’abilitazione scientifica nazionale [3]” che propone di utilizzare per l’abilitazione esclusivamente parametri bibliometrici (citazioni ISI o Scopus, numero totale citazioni, indice H o H-IF).

Visto il testo del bando, sembra pertanto del tutto fuorviante l’affermazione che “tra gli appartenenti al settore scientifico disciplinare oggetto della seguente procedura è in corso un ampio dibattito sull’efficacia del loro [degli indici bibliometrici] uso e non c’è ancora un unanime riconoscimento della loro validità” usata dalla commissione per giustificare la decisione di non avvalersi di indici nella valutazione delle pubblicazioni [4]. Anche se va riconosciuta l’esistenza di un dibattito sull’efficacia relativa di ciascun indice, anziché sull’uso degli indici in generale, tale questione sembra superata dai fatti, poiché la candidata vincitrice risulta invariabilmente ultima nei quattro indici principalmente usati.

Anche volendo assecondare la decisione arbitraria di non considerare gli indici bibliometrici più utilizzati a livello internazionale, va rilevato che le pubblicazioni della candidata vincitrice sembrano inadeguate anche rispetto ai criteri suggeriti dalla Società Italiana degli Economisti (SIE). La SIE, infatti, nel suo documento di proposta al CUN titolato “Indicatori di attività scientifica e di ricerca Area 13 – Scienze Economiche e Statistiche” [5] propone di accettare come minimo criterio per la qualifica di ricercatore per i candidati dottorati da più di 3 anni “2 pubblicazioni in riviste scientifiche o (se libri) con editori di “grande rilievo scientifico”, di cui perlomeno 1 a diffusione internazionale e perlomeno 1 a firma singola” dove per “Per pubblicazioni in riviste o (se libri) con editori di “grande rilievo scientifico” si intendono quelle che hanno seguito procedure trasparenti di referaggio anonimo e indipendente e che compaiono in fasce di merito adeguate individuate dalle varie associazioni.”

In secondo luogo, analoghe considerazioni possono essere mosse per quanto riguarda i titoli e le esperienze didattiche dei candidati, che in ogni caso – da bando – vanno valutati per la significatività che essi assumono in ordine alla qualità e quantità dell’attività di ricerca svolta dal singolo candidato.

Infine se anche si accettasse la possibilità di non utilizzare indici bibliometrici, né di seguire la prassi prevalente (avvalorata anche dalla SIE) di privilegiare la pubblicazione su riviste internazionali che seguano procedure trasparenti di referaggio anonimo e indipendente – scelta che finirebbe per danneggiare tutti gli altri concorrenti con la sola eccezione della vincitrice – l’unico criterio residuo di valutazione possibile dovrebbe riferirsi all’originalità del contributo scientifico dei candidati. Ma qui si paleserebbe un gravissimo conflitto di interesse all’interno della Commissione.

Infatti, degli otto capitoli in volumi collettanei prodotti dalla candidata vincitrice, sei sono stati coautorati col presidente della commissione del concorso e i restanti sono stati pubblicati in volumi collettanei da quest’ultimo curati. Solo tre di tali otto capitoli sono in lingua inglese. Il presidente della commissione quindi dovendosi esprimere come da bando sull’originalità, innovatività e importanza di ciascuna pubblicazione scientifica della candidata si é trovato in buona parte a dover valutare l’originalità, innovatività ed importanza del proprio lavoro, mettendo probabilmente in imbarazzo gli altri membri della Commissione i quali, pronunciandosi sul valore delle pubblicazioni della candidata, hanno finito per doversi esprimere anche sul valore della ricerca del presidente della Commissione. Nemmeno l’eventuale “dichiarazione dei docenti interessati attestante l’apporto individuale del candidato” prevista dalla commissione per le “pubblicazioni in collaborazione tra i candidati e uno o più membri della commissione” solleva gli interessati dal potenziale conflitto d’interesse.

Confidiamo nella Sua sensibilità e nel valore che Ella attribuisce alla reputazione dell’università e della sua capacità di continuare ad attrarre buoni studenti e giovani ricercatori e professori nonché di motivare i dottorandi e gli assegnisti di ricerca dell’ateneo affinché investano sulla ricerca di qualità e sulle pubblicazioni internazionalmente riconosciute. Gli accadimenti legati al concorso in oggetto gettano un’ombra sulla trasparenza nell’accesso alla carriera universitaria nell’Ateneo che lei presiede e, soprattutto, scoraggiano i giovani ricercatori a continuare a credere al valore e al futuro delle nostre istituzioni accademiche.

Certi della Sua volontà di voler difendere l’onorabilità dell’Ateneo e consapevoli dei poteri che le spettano ai sensi dell’Art. 9 del bando di concorso (Prot. n. 24348 del 26.11.2010) la invitiamo caldamente a voler intraprendere quanto ritenga necessario alla luce delle considerazioni qui sopra espresse.

L’occasione è gradita per porgere un cordiale saluto


Qui trovate il link originale con la petizione.

Di casi come questo ce sono moltissimi. I pochi che escono devono essere sfruttati per combattere questo schifo e vergogna italiana.

AGGIORNAMENTO 17/12/11

E' arrivata la risposta del Rettore dell'Università. Una grande vittoria del web.

domenica 9 ottobre 2011

Altra gaffe della Gelmini sul Tunnel Cern-Gran Sasso





Oggi il ministro Gelmini torna a parlare della gaffe sul tunnel Gran Sasso-Cern e neutrini che tanto ha fatto parlare nei giorni scorsi. A Repubblica dichiara:

Quel giorno eravate al Quirinale, avevate affidato il comunicato a un giovane, non l'avete controllato.
"Al primo incidente di percorso ho pagato un prezzo alto, sono stata travolta dalla velocità di internet e dalla replica sbagliata: il secondo comunicato parlava di polemiche strumentali e non erano parole mie. Bastava chiedere scusa, e farci su un po' d'ironia. So che non esiste un tunnel da Ginevra al Gran Sasso, ho visitato il Cern e non ho visto tunnel. Bastava mettere quella parola tra virgolette e aggiungere tecnologico, "il "tunnel tecnologico" dentro il quale sono viaggiati i neutrini".


Come come come? Il ministro ha avuto bisogno di visitare il Cern e vedere di persona che non c'era alcun tunnel?
Che poi...andava al Gran Sasso vedeva lo stesso che non c'era..ed era anche più vicino della Svizzera!

Tra l'altro, il famoso comunicato è scomparso dal sito del ministero dell'istruzione. Alla faccia della polemica, alla faccia della polemica assolutamente strumentale..

PS: Ora, chiamarla gaffe forse è eccessivo e un po' cattivello, però dopo tutto quello che è successo e considerando il soggetto, un po' di ironia è normale (e meritata). Soprattutto perchè non si è dimessa come (anche) richiesto da me su queste pagine.


martedì 10 maggio 2011

Maturità: troppe lodi al Sud, pericolo per la meritocrazia



Si avvicina la maturità 2010-2011 e gli studenti si stanno preparando per affrontare uno degli esami (volenti o nolenti) più importanti il cui ricordo rimarrà per sempre nella loro memoria.
Ci saranno poi le solite "gare" fra regioni per vedere il livello di preparazione degli studenti a nord, centro e sud, seguite sicuramente dalle polemiche.
L'anno scorso, ad esempio, ci sono state molte lamentele per il numero di lodi date al sud, che hanno superato la metà del totale (2.191 studenti su 4.126 del totale): i voti sarebbe infatti troppo larghi.

Non so lì da voi, ma qui nella mia zona alcune scuole del sud sono famose per essere abbastanza facili (2-3 anni in uno ad esempio) e il diploma che, sulla carte, ha la stessa valenza di un diploma normale preso in 5 anni.

Tralasciando però questi luoghi comuni più o meno fondati, mi spiace dirlo per i colleghi studenti del sud ma effettivamente i voti sono troppo larghi. Mi spiace perchè questo è solamente uno svantaggio per gli studendi che sanno veramente e la lode se la meritano sul serio: assegnando troppe lodi, voti troppo alti immeritati non si fa altro che uccidere la meritocrazia e in Italia (ancor di più al sud), questa è già ridotta ai minimi termini come tutti sappiamo.

Per giustificare ciò che sostengo, vi invito a leggere i dati riguardanti alcuni test che si fanno alle scuole medie-superiori per vrificare l'effettiva preparazione degli studenti.

Il rapporto OCSE-PISA 2006 (che riguarda i maturandi dell'anno scorso tra l'altro) parla chiaro:

SUD E ISOLE ANCORA STACCATI - Gli studenti del nord-est hanno un punteggio di 520, seguiti da quelli del nord-ovest con 501, dal centro con 486, dal sud con 448 e le isole con 432. Estrapolando i dati, emerge che gli istituti tecnici del nord-ovest e del nord-est si collocano al di sopra della media Ue, dimostrando un livello di preparazione assolutamente migliore di quello dei loro colleghi delle altre regioni d'Italia. Secondo le prime analisi, i dati suggeriscono «l'immagine di una scuola che da un lato continua a non riuscire a coltivare le eccellenze, dall'altro assiste ad uno slittamento verso il basso del livello medio di prestazione degli studenti, almeno per quanto riguarda l'ambito della lettura
Nel 2003 la situazione era la stessa (dal sito degli Invalsi questa volta, tabella 3):


Se ancora nn bastasse, i risultati del test di PISA del 2009 confermano (se non aggravano) tutto ciò:

A livello regionale:
‐ per la matematica, si collocano sopra la media nazionale e alla media OCSE Lombardia (516), Friuli
Venezia Giulia (510), la Provincia Autonoma di Trento (514), Veneto (508), la Provincia Autonoma di
Bolzano (507). Il punteggio medio dell’Emilia Romagna (503) e della Valle d’Aosta (502) è significativamente
superiore alla media nazionale, mentre non si discosta da quella OCSE. Tra le regioni del Sud, gli studenti
della Puglia sono quelli che hanno ottenuto i risultati migliori: con una media di 488 punti non si discostano
in maniera significativa dalla media Italia e dalla media OCSE. Abruzzo e Basilicata si collocano invece sulla
media nazionale ma al di sotto della media OCSE;
‐ per le scienze, le regioni in cui gli studenti quindicenni conseguono un punteggio medio superiore
in modo statisticamente significativo rispetto alla media nazionale e alla media OCSE sono Lombardia (526),
Friuli Venezia Giulia (524) , Valle d’Aosta (521), Veneto (518) e le province autonome di Bolzano (513) e
Trento (523). Il punteggio medio dell’Emilia Romagna (508) è significativamente superiore alla media
nazionale, mentre non si discosta da quella OCSE. Al di sotto della media nazionale si collocano gli studenti
di Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Sardegna e Sicilia; tra questi, tuttavia, i risultati degli studenti
delle regioni Calabria, Campania e Sicilia appaiono particolarmente problematici.

Potrete trovare nel pdf che vi ho linkato sopra tutti dati per regione, ne copio uno tanto per rendere l'idea:
Dati alla mano, credo sia lecito sospettare dei voti (e delle promozioni tra le altre cose) troppo larghi in certe zone.

Questo, ripeto, danneggia tutti gli studenti che le lodi le hanno meritate sul serio per due fatti:

  1. A parità di voti, non ci sarà bisogno di giustificare un'assunzione (di un parente, amico)
  2. Essendo molte lodi immeritate, nel resto d'Italia, a fronte di una scarsa preparazione, ci sarà una sorta di pregiudizio verso tutti gli studenti, compresi quelli meritevoli

Tutto questo ammazza la meritocrazia, ed è proprio ciò di cui NON abbiamo bisogno. Mi auguro che quest'anno i voti saranno più conformi alle reali conoscenze degli studenti.


PS: sull'univesità non mi esprimo, ma basta vedere un paio di casi per sospettare che, in certe facoltà e certi professori, la situazione sia addirittura più grave.

giovedì 7 aprile 2011

La bassa e debole istruzione una delle cause della crisi in italia



Riprendo un articolo apparso sul WSJ intitolato "Weak Educational System Hobbles Portugal" in cui si dice come il basso livello di istruzione del paese abbia radici profondissime (dal 1600 circa) e riguardi un po' tutta la parte cattolica dell'Europa (specialmente il sud: Portogallo ,Spagna, Sud della Francia, Italia...) , aggravata poi dai regimi dittatoriali che garantivano solamente i primi tre anni di scuola (dai 6 ai 9 anni) a tutti. Questo è un enorme problema in quanto non si è venuta a formare tutta una fascia lavorativa preparata e specializzata a compiere determinati lavori; a questo si aggiunge una poca flessibilità nel cambiare lavoro ed impararne di nuovi.
Alla fine dice anche che la situazione è migliorata soprattutto negli ultimi 20 anni, ma ancora molto si può fare.

Incuriosito da ciò, sono andato a vedermi un po' i dati che riguardano l'Italia (visto che è stata indirettamente chiamata in causa). Ho trovato alcuni risultati (anche contrastanti sotto certi aspetti) che bene o male mostrano uno scenario abbastanza preoccupante e simile al Portogallo.

Secondo l'Istat (censimento 2001) sono 782 mila gli analfabeti in Italia, ma la maggior parte della popolazione ha un livello di istruzione massimo da licenzia media (circa 35 milioni di persone su un totale di quasi 54 pari al 64%). Solamente 3 milioni e 800 mila italiani circa possiede un diploma universitario o una laurea (7% della popolazione).

Un altro documento importante è la prima sintesi dei risultati degli invalsi il quale mostra come il nostro paese sia più indietro rispetto ai suoi concorrenti di egual sviluppo economico (si veda la pagina 12, ad esempio la figura sei riportata qui sotto)


Interessante anche la tabella 8 pagina 24 (copio tabella e commento):

Tabella 8-“Ha mai usato/usa un computer?”

Canada inglese 89,95% si
Canada francese 84,84% si
Svizzera tedesca 85,41% si
Svizzera francese 82,22% si
Svizzera italiana 72,97% si
Italia 51,97% si
Norvegia 92,94% si
Bermuda inglese 90,42% si
USA 86,03% si


Il digital divide esiste all’interno di tutti i Paesi; il reddito è un fattore significativo in questo senso:
chi si trova nelle fasce più basse di reddito ha meno opportunità di accesso, nello stesso tempo età,
genere, titolo di studio, tipo di occupazione sono associati alla familiarità ed all’uso del computer.
Si trovano meno persone tra quelle che hanno più di 45 anni che usano il computer; i Paesi europei evidenziano differenze nell’uso del computer in relazione al genere, ma questo non accade in Nord America.
Chi ha meno del diploma di secondaria superiore usa meno il computer di chi ha titoli più elevati;
questo effetto è molto evidente a Bermuda e in Italia.
Le persone che usano il computer risultano più competenti di quelle che non lo usano


Un altro studio interessante è quello del linguista Tullio De Mauro (che va in contrasto con i dati Istat) mostra come (fonte. Attenzione, non è il documento originale..purtroppo non sono riuscito a trovarlo):

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

e ancora:

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

Un altro documento interessante che vi inviterei a leggere è questo di Roberto Fini il quale mostra un'analisi più di tipo economico. Cito qualche riga:

..Se ci concentriamo sui tassi di partecipazione al mercato del lavoro, possiamo
facilmente verificare che la gran parte di coloro che non raggiungono il diploma di
scuola secondaria superiore (o perché non proseguono gli studi dopo l’obbligo, o
perché li abbandonano pur avendoli inizialmente intrapresi) appartengono a fasce
reddittuali basse. Benché in Italia si siano fatti molti passi avanti negli ultimi decenni,
la piena partecipazione degli aventi diritto alla scuola secondaria continua ad essere
un problema per la società italiana. Se passiamo poi a prendere in considerazione
l’istruzione universitaria i tassi di mancata partecipazione e di abbandono
raggiungono livelli drammatici...
Se il livello di istruzione è basso, non possiamo importare tecnologia high-tech per sfruttarla e copiarla (non abbiamo gente in grado di farlo), la maggior parte della popolazione farà lavori di bassa qualità (economicamente parlando) producendo poco reddito (e quindi PIL ridotto) e guadagnando poco (quindi consumando meno, che è forse il maggior problema in questo momento). Ritorneremmo insomma ad essere un paese di medio basso sviluppo pre boom economico.

Spingere i giovani a studiare (soprattutto matere più scientifiche) DEVE essere un obiettivo del governo, di destra o di sinistra che sia, valorizzando poi questo studio. Per formare un ingegnere (prendo questo come esempio ma vale per tutti) ci vogliono 25-30 anni ed è un investimento importantissimo (e anche costoso) per il paese ma che se sfruttato darà grossi utili (e ricavi) allo stesso. Vediamo di capirlo...

PS: vi invito a guardare questo video proprio a riguardo dell'influenza dell'alfabetizzazione sullo sviluppo economico di un paese




sabato 2 aprile 2011

L'importanza di avere studenti in Erasmus nelle nostre università






Se mandare i propri giovani in Erasmus per imparare nelle università più prestigiose del mondo e successivamente farli tornare per usufruire delle nozioni apprese è importante, lo è allo stesso modo l'attirare studenti stranieri nelle nostre università.

E' importante far venire a studiare ragazzi stranieri perchè, come questo articolo preso da Vox dal titolo "Studying abroad and international labour market mobility" osserva,
"Graduates who have studied abroad are about 15 percentage point more likely to work abroad after graduation."

Il 15% degli studenti che hanno studiato all'estero hanno più probabilità di lavorare anche all'estero. Le motivazioni sono molte: da chi trova il/la partner a chi si ritrova in un modo di vivere più consono a lui, a chi conosce molta gente etc etc.

Le implicazioni "politiche" sono molto importanti e spiegate nell'articolo:

These findings suggest that mobility decisions during university have long-run effects on the careers and labour-market outcomes of individuals. In particular, mobility during the course of the studies increases international mobility in the labour market. This highlights the importance of student mobility to attract highly-skilled workers. Attractive student migration policies are likely to increase the future inflow of high-skilled workers.

In pratica, le politiche per attrarre studenti porteranno ad un incremento di lavoratori altamente specializzati (importantissimi in quanto essi permettono di utilizzare, ad esempio, tecnologie avanzate che importiamo per anche copiarle).


Sono andato a vedere quanti studenti vengono in Italia in Erasmus in confronto agli altri stati europei (purtroppo non ho trovato i dati mondiali, se nel caso qualcuno li trovasse segni pure nei commenti): il nostro paese si trova al quinto posto, dietro a Spagna, Francia, Germania e Regno Unito (fonte: Lifelong Learning ProgrammeTHE ERASMUS PROGRAMME 2008/2009 A Statistical Overview 10: Chart 10: Incoming Erasmus students from EUR31: 2000/01-2008/09, Page 37).

E' un peccato visto che il nostro paese, al pari della Spagna, ha un clima molto favorevole oltre a città importanti come Milano e Roma che dovrebbero aiutare di più (si veda difatti la Spagna).

Sarebbe curioso scoprire il perchè preferiscano la Germania all'Italia....




sabato 12 febbraio 2011

Ma dove sono le nostre università?




Girando per internet ho trovato per caso il sito dell'Academic Ranking or World Universities, ovvero l'organizzazione che stila il ranking delle università mondiali.

Andando a vedere la classifica generale possiamo notare come non ci sia nemmeno un'università italiana fra le prime 100. La meglio posizionata è l'Università di Milano che si trova fra le prime 150. Poco più in giù Pisa e La Sapienza di Roma.

Troverete a questo indirizzo tutte le classifiche, anche in base al campo e alla materia.


Questo dovrebbe essere un campanello d'allarme per farci capire che riforme universitarie come quelle passate basate non sulla meritocrazia ma sull'assumere ricercatori e professori perchè amici, parenti, senza concorsi seri e con scarsa valutazione portano solamente a risultati pessimi.
Con la riforma Gelmini si è fatto un passo (troppo piccolo forse) verso la direzione giusta. E' tempo anche per i professori (esclusi quelli che lo fanno già) di rimboccarsi le maniche e lavorare un po'.

mercoledì 1 dicembre 2010

La protesta un po' a favore dei baroni, un po' contro una riforma in alcuni punti ingiusta



Ondata di proteste di professori, ricercatori, universitari contro il DDL Università della Gelmini che nel frattempo ha ricevuto il sì, per le quali se ne sono dette veramente di tutti i colori.

Io non voglio aggiungere altro, perchè gente molto più preparata di me ha espresso pareri che hanno il mio pieno appoggio. Riporto solamente i link a questi articoli (a cui spero voi dedicherete un po' del vostro tempo) al fine di vederci un po' più chiaramente su questa riforma e sui motivi della protesta.


Tanto per sintetizzare:

  • il DDL Gelmini non piace ai Baroni, perchè essi dovrebbero produrre qualche cosa per mantere la propria carica (o casta?)
  • I Baroni hanno schierato dalla propria parte buona parte degli studenti, che forse non sa nemmeno il perchè sia lì a picchiarsi con i poliziotti
  • Una parte degli studenti fa bene a protestare, perchè il DDL è incompleto e alla lunga può essere inutile, se non dannoso e a favore degli stessi baroni



Vi rimando poi ad un articolo che avevo postato qualche mese fa sul non lavoro dei professori di economia (non tutti, ma molti di essi) tanto per capire il perchè di tutto questo casino da parte loro e ad una proposta di riforma fatta ai ricercatori sempre dal blog di NFA.

Io il materiale (che reputo più corretto) ve l'ho dato, ora buon divertimento a leggervelo.

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mercoledì 29 settembre 2010

E poi ci stupiamo se gli studenti stranieri non vengono nelle università italiane

Se anche voi come me vi siete accorti che nella vostra facoltà praticamente non ci sono studenti provenienti da altri paesi, provate a controllare il sito della vostra università/ateneo per vedere la sezione in inglese in che condizione è. Io sono andato a vedere quello della mia (Università degli studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, e guardate un po' la foto:




Devo anche commentarla?


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martedì 14 settembre 2010

Perchè il laureato deve per forza essere assunto?




Vorrei porre l'attenzione su una questione molto spinosa, e che spero mi riguarderà direttamente in un futuro prossimo: la disoccupazione dei laureati in Italia.

Si sente parlare in televisione, sui giornali, blog, forum dei problemi che hanno oggi i laureati a trovare un lavoro che sia attinente a ciò che hanno studiato, oppure (nei casi più sfortunati) a trovare un lavoro generico.
Premesso che io sono d'accordo su fatto che il problema laureati in Italia c'è ed esiste in misura maggiore che negli altri paesi per un'assenza di meritocrazia, vorrei però non dico giustificare questa cosa, ma quanto meno analizzarla da un altro punto di vista: e se alcuni dei laureati non trovano lavoro, o non vengono confermati, perchè semplicemente sono incapaci?
Non voglio dire che tutti lo siano, però credo che una parte (buona o meno) di essi sia disoccupata o precaria proprio perchè non si è dimostrata all'altezza del compito, indipendentemente dal voto di laurea.
Conoscendo persone che lavorano nel campo delle assunzioni, buste paga e company, spesse volte sento di licenziamenti anche di 110 e lode causa lacune, impreparazione o anche una non praticità (sanno la teoria, ma non la applicano oppure non hanno elasticità mentale nell'affrontare le varie situazioni): un problema quindi del laureato, e non del sistema.

Aggiungo inoltre che solo una parte (che è comunque in rialzo) dei neolaureati è in crisi: il 22% circa (dati dell'Ansa a marzo). Bisognerebbe vedere anche le varie facoltà che sono state frequentate, gli anni fuori corso (un 110 e lode preso in 6-10 anni, esclusi gli studenti lavoratori, non vale come un 90 preso nei tre anni a mio modo di vedere) e anche l'università fatta (ricordate la vicenda dei laureati con le tesi sul NWO e Signoraggio?).

Ricordo infine che alcuni (per non dire tanti) laureati arrivano alla fine anche grazie ad aiuti neanche tanto nascosti (copiando ad esempio..ed essendo uno studente lo vedo con i miei occhi); vada per la domandina, ma interi esami copiati da bigliettini/altri fogli oppure fatti a coppie o più è un po' eccessivo (sarà forse per questo che tanto rimangono a casa perchè giudicati impreparati?). Su questo ultimo punto vi rimando all'articolo scritto da Kulz che ho intitolato "Una discarica chiamata Università" che credo spieghi molto bene di cosa sto parlando.


Ripeto ancora una volta: non sto dicendo che non ci sia il problema, quello c'è ed è grave, ma non bisogna, come sempre, generalizzare: alcuni laureati meritevoli sono sottopagati/senza futuro, è verissimo, ma altri proprio non esclusi perchè incapaci. Va bene che in Italia tutto è possibile, ma (facendo un paragone con il calcio), se un'azienda di medie-piccole dimensioni ha un Maradona neolaureato, mica lo lascia a casa no?


sabato 28 agosto 2010

Kulz: Studio Culturale dell'America a Beneficio della Gloriosa Nazione dell'Italia - Comunicato #3: "School in USA"




Wawawiwa!

Come promesso, ecco qualche spunto di riflessione sul sistema scolastico americano.
Credo che molti di noi si saranno posti spesso la domanda: com'è che in USA l'università funziona e in Italia no?
D'altronde siamo la culla storica dell'istruzione accademica, siamo stati (chissà se siamo ancora) il paese della cultura per antonomasia.. Eppure un paese che ha 400/500 anni di storia ci ha surclassati con un metodo vincente.
Ora, detto questo voglio far presente che il sistema universitario USA sì funziona, nel senso che è all'avanguardia e offre grandi possibilità, istituti tra i migliori del pianeta, ma in realtà è, come si direbbe da queste parti "far from perfect".
Per spiegarmi meglio, cercherò prima di chiarire come funziona qui, sfatando alcuni miti.
In america esistono università di tre livelli, indicativamente.
Basso (i community college)
Medio
Alto (in California Stanford, Berkeley, il MIT...)
La differenza tra le varie scuole sta in una diretta proporzione tra servizi e costi. Ebbene sì, costi, davvero ingenti.
Qua si fa così, la famiglia comincia a risparmiare per il college da quando il figlio nasce. Si indebita per questo scopo. L'americano medio investe sul suo futuro. Crede in sé stesso.
Volete delle cifre? Iscrizione a Stanford (privata), cioè la famigerata tuition: 50000 dollari l'anno. L'anno.
Iscrizione a Berkeley (pubblica): 20000 circa $/anno.
Questo ovviamente riguardo alle università di altissimo livello, quelle che ti fanno mettere il futuro in tasca ma che richiedono un impegno certo proporzionale al costo. Credetemi non è un impegno da poco: il lavoro è davvero tanto e non tutti riescono. C'è chi sbrocca. E non per scherzo, a Berkeley hanno dovuto cintare la cima della torre, perché c'era uno che si buttava giù ogni settimana.
Se sei uno che si vuole sbattere all'università, se ti va bene hai un collasso o due, di lieve entità, normale, diciamo un esagerazione di accumulo di stress, ma nulla più. Se invece la pressione su di te supera certi limiti... beh, bisogna stare all'erta, soprattutto verso sé stessi.
Le università di livello inferiore sono comunque molto costose. Rasentano le cifre che in Italia si pagano per alcune scuole private.
Le università di basso livello sono più a buon mercato, ce la si cava "con poco", in fondo il paese vuole che tutti abbiamo la possibilità di laurearsi, ma di certo bisogna fare due conti con le proprie ambizioni.
Detto questo, la domanda che sorge spontanea è: "dove li trovo i soldi"?
Specialmente se ad averne bisogno è qualcuno di non americano. In ogni caso, anche le università di più basso livello sono comunque, per i nostri standard, costose.
Di fronte si hanno alcune possibilità:
1) il papi che paga
2) prestito (bancario ad esempio)
3) l'università che paga per te
Le possibilità 1 e 2 si spiegano da sole. La terza è più interessante. Dopo l'application (che si fa nell'inverno dell'ultimo anno della high school), le università che riconoscono le qualità di qualcuno che non può permettersi la tuition, gli pagano la retta. Ovviamente, i posti sono molto pochi, qui si parla di vere e proprie eccellenze, ma stupisce che è proprio l'università che cura il suo vivaio. Quasi come una squadra di calcio che punta tutto su quel calciatore povero che viene dalla favelas ma ha la stoffa del campione.
Come fa l'università a pagare per te?
La verità è che le università (parlo sempre di quelle importanti) il grosso dei soldi lo ricevono da due importanti "finanziatori", più o meno metà e metà:
  • 1) alumni
  • 2) imprese
La rete accademia/impresa è così stretta che, chi ha studiato, per ipotesi, a Stanford e ora è miliardario, non si fa problemi a elargire quantità enormi di denaro all'università che l'ha fatto diventare grande, per un certo senso di riconoscenza tradizionale (ma neanche troppo).
Mentre le imprese stesse sono ben felici di pagare l'università che gli prepara un vivaio di eccellenze che presto potrà assumere con conseguenti vantaggi economici che superano di gran lunga i costi. Senza contare i guadagni incredibili in termini di immagine. Proprio come un buon "sponsor" fa con, ad esempio, una squadra di calcio.
Facile è quindi rendersi conto delle luci e ombre su un sistema che comunque funziona, perché genera tra le migliori menti del pianeta, e le fa crescere per garantirgli un futuro di successo, offrendo gli ambienti accademici migliori in assoluto, vere e proprie fornaci di ricchezza.
Eppure ci sono lati negativi.
Stress, scarsa attenzione alla teoria e ad approcci "umani" alle scienze, sette, e via dicendo...
Mi ha colpito, ad esempio, la torre di Stanford, luogo dove alcune delle menti migliori dell'università vengono "selezionate" per fare grandi carriere, spesso nell'amministrazione pubblica. La torre è un edificio cupo, altissimo che troneggia su tutto il campus. Perdonate il mio riferimento un nerd, ma mi ricorda moltissimo l'occhio di Sauron, temibile e austero nel suo vegliare.
Quasi nessuna finestra, pare la torre di una qualche strana confraternita. Ecco, questo per me è un lato abbastanza negativo.
Sono per una cultura "wide", per l'apertura, per le possibilità e il merito senza distinzioni settarie. Per quanto ci sia molta meritocrazia qui in USA, una cosa così a mio avviso non può che essere controproducente e inquietante.
Maggiore apertura l'ho trovata a Berkeley, tra le migliori università statali. Clima più aperto, campus dove può entare chiunque, passione e unione. Userei un aggettivo apparentemente inappropriato per definirlo ma a mio avviso efficace per descrivere quel luogo: "solare".
Altro punto un po' "strano" è come funziona la high school. Avete presente i vari film "American Pie", "Porky's" e via dicendo?
Ecco, che lo si voglia credere oppure no, la high school americana è esattamente così. Non si fa un bel niente, o quasi. O meglio, si fa molto meno che in Europa.
Tra la preparazione data da un liceo italiano e uno USA c'è un abisso. E non sto usando un eufemismo, un liceale americano dopo i 5 anni, comparato a un italiano sa veramente molte meno cose.
Eppure, il sistema funziona in modo più snello e vincente. A gennaio/febbraio dell'ultimo anno di liceo, si può mandare le application alle varie università. Test diversi da quelli che abbiamo in Italia per le cosiddette "facoltà a numero chiuso". Molto più legati a cultura generale, logica, e alcune nozioni relativamente di base di matematica, fisica, inglese, vari subjects che si trovano in un qualsiasi liceo.
Tutte cose "relativamente" semplici.
Come fa a funzionare un sistema così? Non sembra paradossale?
Forse, ma pensiamoci un attimo. Quante cose studiate in un qualsiasi liceo ci servono davvero nel percorso universitario che stiamo facendo? Indipendentemente dalla scelta, io non andrei oltre un 30/40%. Liberissimi di contraddirmi, però io stimerei così.
Ecco, in USA si studia solo quel 30/40% lì, e tutto quello che fondamentalmente non serve a niente, almeno non a un ragazzo di 17 anni, non viene nemmeno preso in considerazione: a quello ci penserà l'università.
A cosa serve infarcirsi di migliaia di pagine di letteratura a quello che sarà un matematico? A cosa servono milioni di calcoli di integrali a quello che sarà un avvocato? Che senso ha perdersi in secoli di storia continuando a ripetere le stesse nozioni in 3 diversi grades per poi perdere di vista storia recente e comparata?
Potrei andare avanti con gli esempi ma penso che il messaggio sia chiaro. La scuola americana mira a formare persone capaci in pratica.
Gente che sappia "get the things done", "fare le cose", senza tanti fronzoli. L'America è la terra del capitalismo, contano i risultati.
Quanto funziona un sistema così?
Inutile girarci intorno: tanto.
Ora, io sono nato e cresciuto nel glorioso paese dell'Italia, siamo, nonostante tutto, storicamente la culla della cultura e del pensiero umano. Impossibile essere italiano enon pensare. Sarà un punto di debolezza in tantissime cose, ma ha i suoi lati positivi. Il pragmatismo del colono americano è molto distante dal nostro modo di vedere la cultura, eppure funziona meglio.
Come fare a bilanciare le due cose?
Ebbene, il mondo scolastico USA ha molto da insegnare a quello italiano, ma come ogni importazione, sarebbe meglio che non snaturi i nostri punti di forza, siamo pur sempre europei e gli americani fanno tutto in grande, esagerano e ciò non è positivo.
Dopo questo lungo discorso cercherò di essere breve nel presentare le proposte.
In Italia il mondo accademico ha due enormi difetti: scarsità di finanziamenti e di contatto con le imprese. Difficile mutare la condizione, specie con il mondo dell'impresa che abbiamo. Ma ciò non vuol dire che non è possibile.
Lo stesso Berlusconi sembra che voglia provarci ma a mio avviso sbaglia di netto per mancanza di coerenza col sistema. Cerca a lungo termine un'inversione di tendenza portando gli atenei a diventare quasi fondazioni (sicuramente si sta rifacendo al modello che ho descritto prima di finanziamento dagli alumni e imprese delle università USA), ma non si rende conto che culturalmente per noi sarebbe un "trauma" non così semplice da assimilare. L'intenzione è buona, è il metodo che mi convince poco. L'unico effetto di questo tipo di "riforma" (chiamiamola così) sarebbe tasse più alte a fronte di servizi in crescita troppo lenta. Non porterebbe a nulla nel lungo periodo.
A mio avviso sarebbe sufficiente cercare di imporre a banche, e certe grandi imprese, oppure enti tipo confindustria e via dicendo di spostare ingenti capitali in investimento agli atenei migliori, esattamente come fa lo stato quando deve vendere i propri bond alle banche, con qualche "truscio" all'italiana. Scopo del gioco? Prima imporre facendo un po' di "lobbismo pubblico", per poi pian piano creare cultura del finanziamento. Programmi pubblici di finanziamento agli atenei, coi soldi degli altri, bell'affare no? 90 su 100 di questi enti che ho citato dichiara che è necessario avere un sistema scolastico con più soldi, ebbene caccino i soldi più di quanto magari già fanno. Li hanno, per quanto cerchino di nasconderli. Uno stato può essere d'aiuto, ma il futuro è di tutti e soprattutto delle imprese, banche ed enti (perché è li che i giovaniandranno a lavorare) ed esse devono tornare ad avere un ruolo fondamentale nello sviluppare i propri vivai.
Inoltre sarebbe da aumentare il contatto con le imprese nello stesso modo. La rete di ricerca delle imprese deve toccare direttamente le università. Questa cosa è nel loro stesso interesse e sono i manager incompetenti che non se ne rendono conto ancora prima dello stato, che deve invece fare i conti col deficit. Il ruolo dell'amministrazione pubblica sarebbe a mio avviso di forzare un po' il tiro su questo punto parlando con grandi manager (come già fa), e continuare a creare cultura del finanziamento.
Dite a Montezemolo di cacciare qualche milione di euro che so, all'Università di Trento (statale, tra le migliori italiane secondo le classifiche), provate a immaginare cosa ci potrebbero fare. Sarebbe già un gran bel guadagno. Non così grande come Stanford, per carità, ma un ottimo inizio.
Provate a immaginare, chiudete gli occhi un secondo e proiettate gli effetti di una politica così di un anno avanti, poi di 3, di 5, di 10... di 20.
In questi giorni ho imparato a pensare esponenziale. Immaginate una curva che sale, sale, ogni punto successivo del doppio. Vi assicuro, una crescita così è possibile e c'è chi potrebbe aiutare a finanziarla.
Lo stato inoltre potrebbe essere d'aiuto ottenendo soldi e cultura praticando anche unosnellimento della scuola superiore su modello USA, mantenendo cultura europea. Come? Tagliando brutalmente le materie inutili. Volete sapere quali sono le più inutili a mio avviso, seguendo la mia esperienza personale di liceo scientifico? Latino, matematica di livello medio alto, fisica moderna (su approccio quantitativo), certi approfondimenti di letteratura, storia antica (e altro che ora non mi viene in mente). Sono brutale e provocatorio, ma anche qui, pensate esponenziale. La high school deve creare stimolo alla cultura, non "scazzo" (passatemi il termine). Studiare ingenti quantità di cose inutili fa passare la voglia di continuare a metà studenti. Invece ricevere un "assaggio" (comunque tutt'altro che insignificante, anzi) di cultura stimolaad approfondire. Date una torta intera a un bambino e fategliela mangiare tutta, non ne vorrà più per settimane. Dategli una fettina e subito dopo ne vorrà un'altra, ne mangerebbe una fetta tutti i giorni. Si può e si dovrebbe approfondire anche durante il liceo tramite gruppi extracurricolari (come succedi qui in USA), e poi avere la possibilità di seguire un lungo ed entusiasmante percorso accademico. Percorso che dia valore anche al PhD, il dottorato, che in Italia ha un ruolo purtroppo secondario.
Bisognerebbe studiare (alla luce del trend di immigrazione, globalizzazione e multiculturalità dell'Europa futura che i governi sono inspiegabilmente restii ad accettare e comprendere) maggiormente materie come diritto, economia, educazione civica, etica sociale e via dicendo, creando un percorso che formicittadini consapevoli che sappiano vivere in società anche dopo il liceo, qualora non volessero proseguire gli studi.
Avremmo un popolo più sveglio, capace di andare a votare e sapere cosa fa, più pratico eppure comunque attento, etico e colto. Le università tornerebbero ad avere il ruolo importante che avevano (invece di essere dispenser di pezzi di carta di sempre minor valore) e creerebbero maggiore valore educativo.
Non sarebbe un processo nemmeno troppo lungo da assimilare, basterebbe una riforma sola, organica e soprattutto una grande dimostrazione di volontà di cambiamento da parte di tutti.
Soprattutto di noi studenti.
Io mi ritengo fortunatissimo per la possibilità di stare qui in USA per questo periodo, ma consiglio a chiunque abbia la mia medesima possibilità di farsi un periodo qui, anche solo di vacanza (pur "ragionata"), in modo da comprendere come funziona qui e perché, per tornare in Italia e creare un popolo giovane di volenterosi del cambiamento. Sbatterci tutti per far capire che vogliamo una scuola migliore.

Dobbiamo gridarlo a gran voce:


yes, we can!



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sabato 21 agosto 2010

Professori di economia? Più di un terzo è fannullone...







Se, come me, state studiando economia in una qualsiasi facoltà qui in Italia, siete interessati (spero) all'ultimo articolo apparso sul sito Lavoce. info, scritto da Maria Cristina Marcuzzo e Giulia Zacchia dal titolo "Quanti professori senza requisiti minimi".
In questo articolo le due autrici analizzano se vengono rispettati gli "indicatori minimali di qualificazione scientifica” per l’accesso ai tre livelli della carriera universitaria che il comitato d’area 13 del Consiglio universitario nazionale (Cun) ha individuato nel dicembre 2008.

Questa è la tabella per i professori ordinari (poi ci sono anche quelle per i ricercatori, associati etc etc):

Tabella 1 Requisiti minimi per ordinario: ordinari SECS P01(2009)

TOTALE ORDINARI 2009REQUISITO 1
minimo 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni
REQUISITO 2 minimo 4 in riviste di grande rilievo scientificoREQUISITO 3
minimo 2 in riviste a carattere internazionale
28578 (27,4%)72Schneider Ursprung (2008)CNRS (2008)Kalaitzidakis et al.(2003)
495252


Solamente una percentuale fra il 18 e il 20% riesce a superare gli obiettivi minimi che sono stati imposti (e non sono poi così impossibili).
Per avere tutte le informazioni necessarie vi rimando all'articolo originale (vedi link sopra).

Restano però dati sconcertanti, considerati poi i tanti professori che sono all'estero perchè non accettati nelle università italiane: non mi stupisco se poi la media dei laureati in economia è di basso livello, e che le altre facoltà ci considerino una università per chi, non sapendo cosa fare, sceglie quella più facile. Una sorta di ultima ruota del carro.

Non so se Brunetta quando parlava dei fannulloni (fonte anche dell'immagine) si riferisse anche ai prof di economia delle varie università...una cosa però è certa: visti i dati, aveva ragione.


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