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sabato 15 marzo 2014

Cronache (nerissime) dalla futura Italia “Made in Beppe Grillo”

Articolo originale del sottoscritto pubblicato su MySolution Post

 
Comico, blogger, tuttologo, creatore e leader di un movimento politico nato dal popolo e con il popolo. Così, in estrema sintesi, si potrebbe descrivere Beppe Grillo. Per alcuni potremmo anche aggiungere un “Unico uomo capace di salvare l’Italia, anzi, il Mondo, dalla crisi economica”.
Sarebbe bello vero? E io per un periodo, il primissimo (quello dei due V-Day per intenderci), ci credevo anche e lo appoggiavo. Combattere questo Stato, questa casta politica (ma non solo), cambiare il modo di fare informazione in Italia, sviluppare rendendo “occidentali” la connessione a internet e i modi di comunicare, rendere realtà il telelavoro (ancora oggi non mi spiego il perché certa gente sia obbligata a spostarsi per andare a fare un lavoro che potrebbe svolgere comodamente a casa, ma su questo ci tornerò in un altro momento).
Per un ragazzo di 17-18 anni alle prime armi, con nessuna base di economia (frequentando il liceo scientifico...) e interessato solamente a pc e console, questi ragionamenti erano un po’ il Paese dei Balocchi: internet super veloce, lavorare da casa, cambiare classe politica e avere un’informazione decente.
Purtroppo, o per fortuna, si cresce e man mano che si studia (economia, nel mio caso) accanto a quei ragionamenti (giustissimi) si cerca quel qualche cosa in più perché ci si rende conto che
  1. un Paese non può cambiare solamente con quelle piccole riforme;
  2. per attuare alcune di quelle stesse riforme ci vuole altro, una base molto più solida e complicata da attuare che le sorregga.
Ed è qui che casca l’asino e la “magia” finisce.
Appena si parla di scienza, sia essa medicina, economia (astenersi pignoli che vogliono discutere se la materia “economia” sia definibile come “scienza” o meno, grazie) et similia si scopre come questa non sia un’alternativa valida.
Potrei elencare vari esempi, ma uno in particolare mi sembra rappresentativo, visti anche gli ultimi sviluppi. Su suo blog nel 2011 appare un articolo dal titolo “Italia Argentina” in cui un certo Zac scrive:
“Facciamo come l'Argentina!!! In otto anni sono riusciti a spazzare via la crisi, e sapete perché? Perché nonostante fossero finiti nel buio più assoluto, non avevano Stati che hanno impedito che la loro crisi seguisse ogni livello. Noi abbiamo Francia e Germania, che pur di non farci fallire (e di non perdere i loro crediti) allungheranno la nostra agonia all’infinito. Vivremo in una situazione di “simil-default” per anni, le tasse ci prosciugheranno le tasche, i conti correnti saranno tassati più volte, la disoccupazione schizzerà ancora di più. E solo perché non possiamo fallire, ce lo impediscono. Viva l’Argentina, allora. [...]”
Facciamo come l’Argentina, vale a dire non ripaghiamo il debito, in pratica default. Ho già spiegato il perché questa non sia la soluzione, quindi vi invito a rileggervi questo articolo. Il Paese sudamericano però è un esempio lampante di cosa succederebbe se imboccassimo questa strada.
Già nel 2011 l’Argentina era un Paese sulla via di un secondo default, ma oggi la situazione è tragicomica (comica perché c’è ancora gente, anche teoricamente preparata, che la prende a esempio), con un’inflazione a doppia cifra (si attesta intorno al 30% reale, mica il 10% che il Governo disperatamente va sbandierando), una moneta nazionale che esplode per quantità in circolazione (visto che la spesa pubblica aumenta sempre di più supportata dal nulla) e vale sempre meno, riserve diminuite di quasi un terzo (da 80 miliardi a 29 circa, e non tengono conto dei 10 miliardi dovuti al Club di Parigi e 8 miliardi dovuti a Repsol), con nessuno che vuole più investire visto che la proprietà privata non viene rispettata e i contratti vengono stracciati (chiedere sempre a Repsol) e nessuno pronto a finanziarla nel caso di difficoltà (come oggi), ecc.
La Presidentessa però è apparsa il tv annunciando, dopo aver abbassato l’età minima per votare, un nuovo sussidio di 600 pesos mensili per tutti i giovani disoccupati e non studenti.
Ecco, se un leader di un movimento pubblica sul blog un post in cui si augura di seguire l’esempio argentino, si circonda di “economisti” che predicano questa via (default e svalutazione in particolare), è bene anche che dica chiaramente a cosa si andrà incontro.
Aggiungo poi che, a differenza nostra, l’Argentina vive su una miniera di materie prime, ergo è riuscita a sopravvivere in questi 10 anni anche (se non soprattutto) grazie all?apprezzamento delle stesse.
Ma non ci preoccupiamo: anche noi giovani, come i nostri colleghi argentini, avremo le nostre 600mila lire di reddito di cittadinanza, pagati non si sa con quali soldi.
P.S.: Quel post si conclude con un “Si son rimboccati le maniche (gli Argentini, ndr.). E noi?”. Ecco... per rimboccarci le maniche in quel modo, evitiamo. Grazie.

@RebelEkonomist

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giovedì 14 novembre 2013

"Trattato dei vari tipi di evasione fiscale"

- Articolo originale pubblicato su MySolutionPost -     Mattia Poletti

Un’intervista fece scalpore, soprattutto perché proveniva da un esponente di lusso del maggior partito della sinistra italiana. La scorsa estate Stefano Fassina, vice ministro dell’economia, parlò dell’evasione fiscale citando la famosa “evasione di sopravvivenza”, ammettendo la sua esistenza. Così l’ansa:
''La pressione fiscale è insostenibile'' […]''C'è una relazione stretta tra la pressione fiscale, la spesa e l'evasione'', […]  Il viceministro riconosce che esiste ''un'evasione di sopravvivenza''. ''Senza voler strizzare l'occhio a nessuno, senza ambiguità nel contrastare l'evasione ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno''. ''Non è una questione di carattere prevalentemente morale'', sottolinea il viceministro, ricordando di aver affrontato la questione in un libro alcuni anni fa.
Che esista una relazione stretta fra pressione fiscale e spesa pubblica è ovvio: se spendi X, devi per forza tassare Y la gente per recuperare quell’ammontare. Più X è grosso, più Y cresce.
Questo è un punto molto importante perché da qui possiamo spiegare il perché dell’evasione. Con una tassazione crescente, le reazioni possono essere:
  • Gli individui, al crescere della tassazione, vedono servizi sempre più efficienti che migliorano di molto la loro vita quotidiana. Dire che son felici di pagare le tasse forse è troppo, ma almeno accettano la cosa usufruendo di un welfare di qualità. Questo è il caso se vogliamo dei Paesi nord europei
  • Gli individui notano che la tassazione continua a crescere, nonostante sia già elevata, e notano che i servizi non migliorano anzi, in alcuni casi peggiorano (magari il treno che loro prendono al mattino viene costantemente soppresso ma i prezzi del biglietto salgono). Da qui un sentimento di avversione totale nei confronti della parola “tassa”. Questo è il caso italiano.
Qui abbiamo i due casi generali ed estremi.
In entrambe le situazioni, vi sono però cittadini che evadono principalmente per due motivi:
  1. Sono dei delinquenti. Anche con la metà della pressione fiscale, loro troverebbero sempre la scusa che le tasse sono alte e cercherebbero di nascondere capitali. Ricordate l’operazione Cortina di Mario Monti? Ecco, quella gente lì.
  2. Sono disperati. Mettendo una tassazione X =100, riescono a lavorare. Se questa però aumenta a 120, con grandi sforzi arrivano a 110, ma il resto o lo evadono o chiudono/falliscono. Molte Pmi si trovano in questa situazione.
Per quanto riguarda solo la situazione B), si hanno anche cittadini che evadono “per protesta”, ovvero vedendo sprecati i propri soldi guadagnati con fatica e prelevati dallo Stato (perché così è, de facto) giustificano la loro evasione come un “rifiuto” a pagare le tasse per finanziare gli sprechi di Stato.
Fassina ha quindi ragione. L’”evasione da disperazione” ESISTE, ma accanto a essa ce ne sono almeno altre due: l’”evasione da protesta” e l’”evasione delinquenziale” nel vero senso del termine.
È molto importante distinguere le tre perché sarebbe bene iniziare a trattarle in maniera differente, tutelando in qualche modo i primi (se non pagano perché non possono sospendere i pagamenti per esempio rinviandoli a quando la situazione non sarà migliore) e colpendo duramente gli ultimi (che ricordo, danneggiano gli altri).
Sulla seconda, essa potrebbe rientrare anche in una delle due: da un lato se ne approfittano della furbata giustificandola in questo modo, dall’altro potrebbero pagare ma non lo fanno perché in quel modo il margine di guadagno sarebbe ridotto al minimo e ciò non giustifica lo sforzo e l’impegno. Non è evasione da sopravvivenza (perché vivono anche pagandole tutte) ma è un rifiuto di consegnare allo “Stato ladro” il loro margine extra.
Il tema evasione è molto più complesso di come spesse volte viene descritto dai giornali. Bisognerebbe davvero riuscire a distinguere caso per caso, punendo chi “specula” e imbroglia ma allo stesso tempo ragionare bene su chi evade perché la sua situazione economica non lascia altra scelta.
- Articolo originale pubblicato su MySolutionPost -     Mattia Poletti
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domenica 27 ottobre 2013

A noi consumatori dell’italianità di Alitalia non importa nulla

- Articolo originale pubblicato su MySolutionPost -     Mattia Poletti


Errare humanum est perseverare autem diabolicum” recita un famosissimo detto latino, che si traduce con “Commettere errori è umano, ma perseverare è diabolico”. Perché questa citazione classica? Semplicemente la ritengo la miglior sintesi di tutto ciò che sta succedendo in questi tempi nel nostro amato Bel Paese. Noi commettiamo tantissimi errori a livello politico, sociale ed economico ma non impariamo mai, anzi, perseveriamo nel commetterli, riuscendo fin a fare peggio.
Solo così posso giustificare una dirigenza pubblica che vuole risalvare la compagnia aerea di bandiera, Alitalia, scordandosi che cinque anni fa fece la stessa cosa con i soldi di noi contribuenti italoti (che, ricordo, paghiamo più tasse di qualsiasi altro nostro collega mondiale, o quasi): i risultati li abbiamo sotto gli occhi tutti.
Sì, Alitalia è ancora in difficoltà e ancora una volta i nostri dirigenti vogliono impegnarsi nell’ennesimo salvataggio della stessa. Il bello è che da vent’anni questa compagnia aerea è in perenne perdita (salvo qualche rara eccezione). Massimo Fontana sul suo blog (Archeo-Finanza) ha raccolto i dati facendo un elenco dal 1990 ad oggi:

- 2012: -280 milioni euro.
- 2011: -69 milioni euro.
- 2010: -168 milioni euro.
- 2009: -326 milioni euro.
- 2008: a fine luglio il Cda non approva la semestrale e dichiara l'insolvenza della società.
- 2007: -495 milioni euro.
- 2006: -626 milioni euro.
- 2005: -168 milioni euro.
- 2004: -812 milioni euro.
- 2003: -519 milioni euro.
- 2002: +94 milioni euro.
- 2001: -907 milioni euro.
- 2000: -249 milioni euro.
- 1999: +6 milioni euro.
- 1998: +210 milioni euro.
- 1997: +260 milioni euro.
- 1996: -621 milioni euro.
- 1995: +0.7 milioni euro ( dovuto a plusvalenza di 220 milioni euro grazie a cessione Aeroporti Roma)
- 1994: -192 milioni euro.
- 1993: -177 milioni euro.
- 1992: -8 milioni euro.
- 1991: -17 milioni euro.
- 1990: -48 milioni euro.
Curioso come dal 2000 e in poi, ad eccezione del 2002, l’azienda sia in netta perdita per svariate centinaia di milioni di euro all’anno, ed ha continuato anche dopo il 2008 nonostante la cordata patriottica voluta e sponsorizzata da Silvio Berlusconi, pagata a caro prezzo da tutti noi (4 miliardi circa, un’Imu) rivelatasi un flop annunciato.
Oggi, i nostri dirigenti patriottici vogliono commettere lo stesso errore, facendo partecipare Poste Italiane alla ricapitalizzazione di Alitalia. Il tutto in nome dell’”italianità”.
Volete una confessione? A noi consumatori razionali, dell’italianità di Alitalia, non ce ne frega nulla. Il consumatore razionale guarda soprattutto alla qualità e al costo del prodotto: in base a questi sceglie che cosa acquistare. Alitalia, mi spiace dirlo, non è competitiva né sul prezzo né sulla qualità. I consumatori che guardano al portafoglio preferiscono compagnie aeree low cost (Easy Jet/Ryanair), mentre chi guarda alla qualità si dirige verso altri colossi del settore. A ciò bisogna poi aggiungere la concorrenza nelle brevi tratte sempre migliore dei vari Tav (pensiamo anche solo al Milano-Roma).
Non ci  strappiamo le vesti se Alitalia venisse venduta a qualche acquirente estero, così come non hanno fatto gli svizzeri quando Swissair (o meglio, quel che restava visto che era fallita) è stata comprata da Lufthansa una decina di anni fa. Anzi, dirò di più: se Alitalia venisse venduta e “magicamente” ritornasse a fornire servizi di qualità a prezzi competitivi, allora noi consumatori viaggeremo molto volentieri sui loro aerei, non curanti di chi sarà la proprietà.
La verità è che i nostri dirigenti vogliono salvare le loro poltrone (e quelle degli amici). Dell’italianità non frega nulla nemmeno a loro. Quella è solo l’ennesima scusa per scucire soldi a cittadini che di soldi ne han sempre meno…


@Rebel Ekonomist

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domenica 8 settembre 2013

Come ridurre il debito pubblico, nel modo sbagliato: la patrimoniale

Sintesi dell'articolo "Come ridurre il debito pubblico, nel modo sbagliato: la patrimoniale"
pubblicato su MySolutionPost


Dopo anni e anni di proclami, pare che il Governo voglia impegnarsi nella riduzione dell’imponente stock di debito pubblico che, assieme ad altri fattori, sta soffocando il Paese. Solo così l’Italia potrà uscire da questa crisi che dura da troppo tempo e ricominciare a crescere. Anzi, lasciatemelo dire: ricominciare a essere un Paese Occidentale.
 [...]
A oggi, il debito pubblico italiano continua la sua inarrestabile ascesa. [...]
Ciò ci fornisce due dati importanti: il primo, è che a questi livelli il costo in interessi del debito, anche se questi fossero bassi (e oggi non lo sono), è elevatissimo; il secondo è che lo stock è in costante aumento nonostante le manovre correttive

Cosa fare dunque?
Vi sono però un paio di soluzioni in voga in certi ambienti che sarebbero dannosissime per noi cittadini e per l’Italia tutta: non ripagare il debito (o non ripagarne solo una parte), ovvero fare default oppure ridurlo con una patrimoniale straordinaria. [...]

Personalmente concordo con loro sul fatto che una patrimoniale sarebbe molto ingiusta e che metterebbe ancora più in ginocchio il nostro Paese [...]

Considerando che la ricchezza totale (reale e finanziaria) è di circa 8.600 miliardi di euro (dati Banca D’Italia), il numero da cui partire è questo.
A chi vogliamo farla pagare? Dal 10% più ricco? Essi posseggono circa il 46% di essa, quindi 4mila miliardi di euro (arrotondiamo).
Una patrimoniale del 10% porterebbe un gettito di 400 miliardi di euro, che abbatterebbero il debito di circa il 20%. Passeremmo così dall’oltre 130% (in rapporto al Pil) odierno a una cifra intorno al 110%.
Cambierebbe qualche cosa? Senza profonde riforme strutturali, agli occhi dei mercati poco o niente. [...]  
Per le conclusioni, vi rimando all'articolo originale.

Fortunatamente, questa ipotesi sembra essere stata scartata definitivamente.

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