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martedì 22 ottobre 2013

Ma quando Maradona evase, le tasse erano molto più basse

Intervistato da Fabio Fazio, Maradona parlando di Equitalia della sua "presunta" evasione, si è espresso in modo poco signorile facendo il gesto dell'ombrello in diretta tv. Fazio, da buon presentatore, ovviamente non ha fatto nulla (ma questa è un'altra storia).

Il gesto clamoroso del Pibe de Or ha scatenato le polemiche sul web e molti lo hanno appoggiato in quanto segno di ribellione ad uno Stato ladro che opprime i contribuenti asfisiati dalle tasse. In poche parole: "Ha fatto bene ad evadere".

Chi mi legge sa che sono d'accordo sulla questione sprechi di Stato (il cosidetto "Affamare la bestia") e su una pressione fiscale davvero troppo alta per i servizi che il Paese offre e che sta letteralmente uccidendo, assieme alla burocrazia, tutto il settore produttivo italiano.
Arrivare però a considerare quasi un "eroe" una persona che ha evaso, secondo il fisco, 38 milioni di euro mi pare ridicolo.

Non voglio star qui a discutere se lui fosse consapevole o meno della cosa, non mi interessa. Il fatto è che il fisco dal 17 febbraio 2005 considera Maradona un evasore fiscale con un debito di 35 milioni di euro (e aumenta di 3mila ogni giorno).

L’ingente debito di Maradona ammonta a poco piu' di 39 milioni di euro ed è stato più volte confermato dalle autorità giurisdizionali competenti. In particolare si ricordano dalla sentenza della Corte di Cassazione del 17 febbraio 2005, da quella della Commissione Tributaria Provinciale di Napoli depositata nel giugno 2012 e dalla sentenza della Commissione Tributaria Centrale del primo febbraio di ques'anno. Inoltre, con un’ulteriore sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Napoli n.7/21/13 depositata il 10/01/13, divenuta definitiva per mancata opposizione, è stato dichiarato inammissibile il ricorso, con condanna alle spese di lite, contro un presunto rifiuto su istanza di sgravio. (Ansa)
Questi sono i fatti documentati. Detto ciò, voglio analizzare un attimo la questione.

Le sentenze di condanna per evasione fiscale di Maradona si riferiscono ad una sua evasione nel periodo fine anni '80/inizio anni '90 quando ancora giocava nel Napoli. Chi elogia il "Maradona evasore fiscale" si riferisce quindi a questo periodo storico.
Domandina a lor signori: a quanto ammontava la pressione fiscale?


Siamo a livelli 35-38% circa, quindi molto più bassi (una decina di punti da quella ufficiale e non reale) dell'odierno livello di tassazione.

Questo è un chiaro esempio di come l'evasione fiscale comprenda almeno due tipi di individui: chi evade perchè "o faccio così o chiudo e fallisco" e chi invece evade perchè è un ladro, punto.

Non venite a dirmi che chi guadagna 100-200 mila euro all'anno e ne dichiara 5 mila sia un eroe vittima del fisco che protesta per i propri diritti e che se abbassassimo la pressione fiscale di 10-15 punti ricomincerebbe a pagare tutte le tasse perchè è una balla e questo caso in particolare ne è la dimostrazione.

Se è vero che esiste purtroppo un'evasione da disperazione, ne esiste anche un'altra di furboni delinquenti che se ne approfittano. La cosa triste è che ci siano quelli che chiamo "naziliberisti" che pure li giustificano, facendone degli eroi. Ecco, questo è il modo più sbagliato possibile di risolvere il problema tasse in Italia.
Se evadi e lo fai non per sopravvivere, non hai alcuna giustificazione. Sei un delinquente e per questo devi pagare, e tanto.

Feci i complimenti a Monti per l'operazione Cortina del 2012. Colgo l'occasione per rinnovarli. Beccare i furbi, punendoli, servirà anche a recuperare soldi per abbassare le tasse a quelli che pagano fin quando possono, in modo tale da permetter loro di vivere (e non sopravvivere) versando tutto il dovuto al fisco.

@Rebel Ekonomist

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venerdì 2 agosto 2013

Berlusconi è stato un danno per la destra italiana (e i liberali)

Visto che tutti dicono il loro punto di vista, ecco anche il mio.
Ritengo che, alla fine, Berlusconi sia stato un danno per la destra italiana. Un danno perché, anche alla luce del suo ultimo appello video, si nota proprio come abbia creato intorno alla destra un personalismo, un culto dell'individuo che pare essere ormai la norma, in Italia, per la politica. Grillo, Bersani, Vendola: creiamo "personas" e le ergiamo ad effige del partito e del pensiero.

Un "brutto vizio" che ci portiamo dietro dal Ventennio, e che il Cavaliere è riuscito a sostenere per un altro ventennio. La destra non deve essere personalista, per nessun motivo. Il personalismo è di sinistra, è socialista, perché identifica sempre un guru o un suo portavoce ideologico o politologico, un deux ex machina. Come avvenne durante il periodo delle destre socialiste degli anni '30. La sinistra italiana è incapace di trovare il suo deus ex machina efficace. Ne crea di piccoli, frammentati: Renzi, Bersani Vendola, Kyenge, e per questo fallisce.

Al contrario, la destra per anni si è comportata "male", cercando il suo guru a sua volta e perdendo voti, consenso di opinione pubblica e visibilità finendo schiacciata persino dal Movimento 5 Stelle, che pure vive di personalismi. D'altronde da Napolitano, c'è andato Grillo, su sua iniziativa personale.
La sinistra italiana, oltre al personalismo, coltiva, come fanno tutte le sinistre del mondo, anche l'ideologia, andandosi a espandere in modo capillare nella vita di tutti i giorni attraverso il concetto del "politically correct", una pratica nata in USA che dilania il free speech e il free thought (e pure è ironico che da oltreoceano giunga!), creando barriere di mobbing che è arduo scalfire, alimentando pregiudizi basati su fantasmi a cui nessuno più crede. Provate su un social network a dire qualcosa pro-Berlusconi, oggi, salvo in minuti spazi e gruppi assolutamente e incondizionatamente chiusi. Provate, e ditemi che accade. Il "politically correct" è una piaga che dilania il pensiero. Berlusconi e i suoi hanno cercato di istituire un "politically correct" di destra, un'ideologia permanente, il cosiddetto "berlusconismo", che speravano potesse diffondersi a macchia d'olio come il sinistra-pensiero.
Un altro tipo di virus, non meno deleterio del politically correct. Non è andata, alla fine, come speravano i berlusconiani Almeno, non completamente, e le ultime elezioni lo hanno provato disperdendo di fatto i voti. Ed è così che la "caduta" di Berlusconi per mano di una Magistratura che su molte, molte vicende (non necessariamente legate a questi casi) non condivido, può essere una cosa sicuramente positiva, sia per una destra che non ho approvato in questi anni, sia per una sinistra che comunque a prescindere non approvo. 
Silvio Berluconi a mio avviso sì, è un cancro, ma soprattutto un prodotto dell'Italia stessa. Non sarebbe esistito senza il terreno adatto, che abbiamo creato noi. I veri indifendibili siamo noi, che però siamo incapaci di criticarci perché abbiamo erto "il Silvio" a ente super partes, giustificazione e giustificante dei nostri mali e contemporaneamente messia salvifico.

La destra può rinascere: può ritrovare al di là dei personalismi la sua natura. Le destre, quelle vere, sono movimenti che non si sentono in televisione, negli spettacoli, nella musica. Non hanno "il vocione". I "circenses" sono di sinistra. La destra è il "Joe The Plumber" che zitto zitto vive e lavora, magari anche con un impiego meno remunerativo (non è vero che tutta la destra è imprenditrice di successo), tira su una famiglia, cerca di dargli dei valori, di portarli avanti, giorno dopo giorno, generazione dopo generazione, con operosità, onestà ma sempre un forte senso critico.
La vera destra sotto sotto è calvinista, entro certi limiti. La mia speranza è che dalle ceneri del personalismo non nasca un nuovo culto, ma una destra che si veda rinnovata e ritrovi le proprie radici. Che comprenda il suo ruolo di voce di una serie, relativamente ampia, di idee che si ricollegano a valori, principi di libertà e operosità. Un movimento che dia nuovamente fiato e forza di crescita a quella "middle/lower-class" che da sempre è la colonna portante della destra, quella dei vari Joe The Plumber che credono nel paese ma sono sempre pronti a mettere in discussione, con animo libero e sereno, ogni più o meno falsa bandiera. Non sarà facile, tuttavia.

Anzi, personalmente, al di là delle speranze, temo che la nostra destra non abbia ancora raggiunto quella maturità di cui necessita. Si è visto qualche breve sprazzo di novità con Monti, pur con alcune idee ancora mutuate dalle sinistre o dal "centro" pseudo-democristiano all'italiana.
La crisi delle destre si vede ovunque. La sconfitta di Mitt Romney in USA, l'incapacità, in Europa, di uscire dagli schemi e sfuggire dalle derive stile Alba Dorata in Grecia, la messa in discussione costante e malata da parte dell'opinione pubblica e del politically correct dei valori più basilari e l'incapacità della teoria di destra di rinnovarli superando i bigottismi e l'ottusità. Insomma, una profonda e marcata incapacità di innovarsi. A Berlusconi bisogna dare adito che ha cercato, a suo modo, di innovare la destra. Ma ha evidentemente fallito, usando tecniche e modalità tutt'altro che appartenenti a un movimento politico e ideologico ben lontano da questi "modi". Il 10% dato a Scelta Civica ne è la dimostrazione. Ora sta al popolo della destra uscire da questa "morsa mentale" e sviluppare un rinnovato spirito di confronto e di crescita, per il bene del paese e della classe che il movimento rappresenta. Sfida non facile e anche e soprattutto culturale, che credo vada raccolta a partire dalle idee portate avanti dai molti Ron Paul e Joe The Plumber di tutti i giorni, e perché no, guardando un po' più South Park e meno Family Guy.
KL

Mi permetto di aggiungere che Silvio Berlusconi ha rovinato il termine "liberale" che viene visto da molti oramai al pari di "fascista".
L'ho detto molte volte e lo ripeti: di liberale il signor Silvio Berlusconi non ha niente. Riprendo le parole del mio ex professore di Storia al liceo (purtroppo non di filosofia):

"Secondo me, essere liberali vuol dire essere persone che pensano come Gobetti o Berlin o Popper (pur con tutte le differenze tra l'uno e l'altro)".

E questi con Berlusconi non hanno nulla a che spartire.

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sabato 4 agosto 2012

Al PDL non sanno manco copiare

Le due nuove proposte di Alfano&Co assomigliano molto a quelle di altri..

“Ieri il PD ha presentato la sua proposta "innovativa" per salvare l’Italia dalla crisi: aumentare le tasse, con una bella patrimoniale. Gli Italiani hanno già dato, ora tocca allo Stato dimagrire. Per questo il PDL presenta la sua proposta per abbattere il debito pubblico: questo è il vero scudo antispread italiano." [...]

“Gli obiettivi principali [...] che ci siamo prefissati sono due: la riduzione del debito pubblico al di sotto della soglia del 100% e la conseguente riduzione della pressione fiscale di un punto l’anno per cinque anni. La diretta conseguenza è la possibilità per cittadini e imprese di poter disporre di maggiori risorse."

 Queste le dichiarazioni del Segretario del PDL Angelino Alfano che hanno aperto la conferenza stampa del partito. Sono proposte allettanti ma che mi pare di aver letto precedentemente da qualche altra parte. Ma certo, ora ricordo! Sono due delle dieci proposte dei firmatari de "Fermare il Declino" (al quale ha aderito anche il sottoscritto):

1) Ridurre l'ammontare del debito pubblico. è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d'impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l'evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte. 

 Non c'è che dire, sono molto simili! Perfino i numeri sono uguali! Peccato però che scritte nel "PDL Style" abbiano poco senso. Il motivo è spiegato nell'articolo in risposta di parte dei firmatari:


Primo: quando si copia, non si possono saltare i pezzi. Tra la proposta 1 e la proposta 3 c'è, sorpresa sorpresa, la proposta 2. La quale dice questo

2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni.

Si vede che la proposta è stata trovata troppo sconveniente, e quindi è saltata. Peccato che, senza questa proposta, le altre due non stiano in piedi da sole. Non si può portare il rapporto debito/PIL al 100% e in più ridurre la pressione fiscale di 5 punti senza ridurre la spesa. Ma l'allergia del PdL alla riduzione della spesa è ben nota, per cui non continuiamo. Secondo: quando si copia è bene evitare di aggiungere parole di cui non si capisce il significato. Per schivare la parte sulla riduzione della spesa, il buon Alfano vuol farci credere che dalla sola riduzione del debito mediante dismissioni risulterà ''la conseguente riduzione della pressione fiscale''. Angelino, no. Non consegue proprio per nulla. Facciamo un esempio semplice semplice, con numeri arrotondati, così magari capisci. Nel 2012 lo stato italiano si prevede spenderà circa 85 miliardi di interessi, su un debito di circa 2000 miliardi. Ne risulta un tasso medio del 4,25%. Il PIL è circa 1600 miliardi. Ora, supponiamo di portare il rapporto debito/PIL al 100%, rimborsando 400 miliardi ottenuti mediante dismissioni. Quanto si rispamia in termini di spesa per interessi? La riposta è 400 X 4,25% = 17 miliardi. Che sono, più o meno, un punto percentuale di PIL. Gli altri quattro che mancano per ridurre la pressione fiscale, Alfa', da dove li pigli?

Vedi Alfa', forse ora potrai meglio apprezzare che noi quel punto sulla riduzione della spesa non lo abbiamo messo a caso. A differenza di pagliacci e ciarlatani vari che blaterano da 20 anni di ''meno tasse per tutti'', noi i conti siamo abituati a farli, e a farli bene. Quei 6 punti di riduzione della spesa purtroppo servono, non sono lì perché ci divertiamo a mettere numeri a caso. Un paio di punti circa servono ad assicurare che il pareggio di bilancio venga raggiunto e mantenuto (visto che, ricordiamo, non ci siamo ancora arrivati) e il resto serve a finanziare la riduzione delle imposte. Perché la riduzione della spesa per interessi da sola non basta, e chi racconta il contrario o non sa fare i conti o è in malafede.

Terzo: quando si mettono dei numeri non copiati, bisogna stare attenti che i conti tornino. Ci dici ''ciò ci consentirà di poter incassare una cifra stimata di 15/20 miliardi l’anno (un punto di PIL), per un totale di 400 miliardi''. Due cose. Per ripetere quanto detto al punto precedente puoi solo usare il calo degli interessi per finanziare la riduzione delle imposte. Se cali le imposte di un punto di PIL l'anno perché hai entrate straordinarie da dismissioni di un punto di PIL l'anno vuol dire che non hai capito nulla, e finirai per spaventare (giustamente!) i mercati e far arrabbiare (giustamente!) i partner europei. La riduzione delle tasse si finanzia con riduzione della spesa corrente, non con le entrate straordinarie. Poi, di grazia, ci spieghi come si arriva ai 400 miliardi partendo da 15/20 miliardi l'anno per 5 anni? Noi, anche prendendo l'ipotesi massima di 20 miliardi annui, arriviamo a 100. Magari a qualcosa di più capitalizzando o robe del genere, ma con tassi realistici facciamo fatica ad andare oltre 120. Il resto, siamo veramente curiosi di sapere, da dove arriva? 


Ricordo a tutti voi la frase "Diffidate dalle imitazioni". Ecco, diffidate cari elettori, soprattutto se chi imita è lo stesso che per anni ha fatto promesse su promesse per poi agire in maniera opposta. Abbiamo avuto al governo  gli uomini del PDL per ben 8 anni. Spero vivamente la lezione vi sia bastata.

giovedì 15 dicembre 2011

L'Italia di Berlusconi era un paese liberale?

In un'anticipazione dell’intervista a “Paris Match”, Silvio Berlusconi scrive: "Smetterò quando l'Italia sarà veramente un Paese liberale, garante dei diritti fondamentali e della libertà dei cittadini. Visto che questo giorno non è ancora arrivato, credo che il mio impegno politico debba proseguire."

L'ex premier ha governato il paese 8 degli ultimi 10 anni, quindi di tempo per una buona se non ottima rivoluzione liberale per rendere tale l'Italia e garantire i diritti fondamentali e delle libertà dei cittadini ne ha avuto abbastanza.

Partiamo però da un presupposto: qual è la caratteristica principale di un paese liberale? Si può dire che essa sia l'assoluto non interventismo dello stato nelle questioni economiche (non influenza quindi domanda ed offerta), relegandolo un compito minimo (vedi Stato minimo).

Se prendiamo posizioni assolutamente liberali, nessun paese lo è stato (la tassazione, anche minima, è una forma di limitazione alla libertà) quindi tralasciamo questa categoria.

Vista la condizione in Italia alla seconda discesa in campo di Berlusconi, con alta pressione fiscale, alta spesa pubblica, pochissima concorrenza e discreta libertà economica, possiamo dire che una diminuzione di medie dimensioni delle prime due ed un aumento delle ultime due possano definirsi una buona riforma/rivoluzione Liberal.

PRESSIONE FISCALE


SPESA PUBBLICA


 LIBERTA' ECONOMICA (87esimi al Mondo)


CONCORRENZA

Sulla concorrenza si potrebbero citare tutte le liberalizzazioni non fatte, come ordini, farmacisti (fatta da Bersani parzialmente), tassisti oppure il trasporto pubblico (ferroviario su tutti), le poste, le telecomunicazioni (con stangate dalle UE), le frequenze tv, orari dei negozi etc etc


Caro Silvio, non solo non hai reso il paese più liberale, ma sei riuscito addirittura a farlo diventare MENO liberale di prima (e non lo era proprio!).
Non è che quella dichiarazione è una scusa per tenerti in politica il più a lungo possibile? No perchè, vista l'esperienza..

martedì 13 dicembre 2011

Mi son perso il governo liberale


Alla nomina di Mario Monti come nuovo Presidente del Consiglio del governo tecnico, sentivo le lamentele di molte persone (per la maggiore di estrema sinistra) riguardo la vena molto liberista, "che piace ai mercati" del professor Monti e dei suoi collaboratori.
Ovviamente qui la parola mercato ha un'accezione molto negativa. Il mercato è il male assoluto contro cui combattere. Guai a lasciarlo anche solo un poco libero di agire. E vai quindi con un programma di tagli di spesa (e di presenza dello Stato quindi) pesanti ma programmati, di riduzione delle tasse, di liberalizzazioni, di riforma del mercato del lavoro e così via.

Bene. E' passato quasi un mese, la manovra è uscita ma....il liberismo dov'è?

(Mi sono immaginato un dialogo a due botta e risposta)


A:"Stavo cercando nella manovra questo famoso liberismo di cui tutti parlano ma faccio fatica a trovarlo mmmh..ah sì eccolo! Una parziale liberalizzazione del mercato dei taxi!" B:"Eh ma poi hanno scioperato ed è stata tolta."

A:"Ah ok...beh però hanno liberalizzato i farmaci di fascia C!" B:"Sì e no..solo per i comuni sopra i 15mila abitanti e comunque ora i farmacisti sono pronti ad una serrata quindi forse non si farà".

A: "I privilegi dei parlamentari sono stati un pochino ridotti?" B: "Sì ma poi i parlamentari si sono lamentati e quindi l'hanno tolta per ora".

A: "Ma la spesa l'hanno tagliata?" B:"Un poco le pensioni passando al metodo contributivo. Sul resto però ancora poco o niente. Non hanno ragionato sulle pensioni alte, non hanno tagliato gli stipendi dell'amministrazione centrale, non c'è nulla per la riduzione degli sprechi e non hanno creato un piano di almeno riduzione decisa degli incentivi alle imprese".

A: "Le tasse almeno le hanno tagliate?" B: "No, anzi...le hanno aumentate introducendo l'Ici. Hanno alzato anche le accise sulla benzina. Inoltre aumenteranno l'Iva di 2 punti percentuali".

A: "Faranno pagare anche la Chiesa?" B: "La gente chiede questo, però no, non c'è nulla per loro.".

A: "E per la crescita?" B: "Fino ad ora non c'è niente".

A: "Ma allora di liberale non hanno fatto proprio niente!" B: "Esatto, anzi, hanno messo la tracciabilità a 1000 euro, misura forse utile ma di sicuro non liberale".

Io di governi liberali non ne vedo. Purtroppo aggiungo, visto che le caste sono sempre tali, la spesa è ridotta troppo poco e soprattutto le tasse sono aumentate.

Spero che la vena liberale, liberista di Monti inizi a pulsare al più presto, sennò non so quanto roseo possa essere il futuro. Di buono c'è, questo sì, che ai giovani non sono stati chiesti sacrifici, ma nulla è stato fatto per loro.

Staremo a vedere nelle prossime settimane.


sabato 10 dicembre 2011

Le caste italiane in rivolta


Quando sentite nominare la parola "Casta", sono sicuro che tutti voi abbiano in mente i nostri politici. La casta della politica è quella contro cui il popolo si sta scagliando per ridurne gli immondi privilegi, ancor di più in questo periodo di crisi e di sacrifici.

La manovra Monti un poco (troppo poco aggiungo) è andata a toccare questo tasto e tutti possiamo vedere le conseguenze: deputati e senatori in rivolta rendendosi ancora più patetici e ridicoli di quel che erano già prima (Pepe che accusa di essere ridotto alla fame è tragicomico).

L'Italia è però un paese fatto di caste, privilegi e quella dei politici non è però l'unica a rivoltarsi. Vi sono altre caste, più o meno influenti e conosciute, che appena si vedono toccare i loro privilegi, ecco che si rivoltano, si indignano, scioperano.

Le due più famose e potenti sono quella degli avvocati e dei notai, di cui ho già parlato qualche mese fa e che, per non essere liberalizzate, hanno minacciato di far cadere il loro stesso governo.

Ve ne sono però altre, più o meno piccole e più o meno visibili ma chiuse come le loro parenti che, seppur minori, mantegono dei privilegi che non gli spettano. Due di queste in questi giorni stanno facendo sentire la loro voce: parlo dei farmacisti e dei taxisti.


Sulle lacrime da coccodrillo dei primi, casta che da moltissimi anni si è arricchita a dismisura senza de facto possibilità di entrata nel mercato per chi non sia figlio di un farmacista (difatti chi si lamenta di più sono proprio i figli dei farmacisti, chissà come mai) o non abbia talmente tanti soldi da aprirne una, stendo un velo pietoso. Son fin riusciti ad ottenere l'esclusione dei comuni sotto i 15 mila abitanti (25 milioni di cittadini quindi non usufruiranno dei benefici della concorrenza dei farmaci di fascia c) scatenando le ire (giustissime) delle Parafarmacie.

Sui secondi, non essendo loro ricchi come i colleghi avvocati, notai e farmacisti, non provocano le proteste del cittadino medio. Magari oggi un po' di più, visto lo sciopero che hanno proclamato (in concomitanza con il blocco delle auto) per la parziale liberalizzazione del loro mestiere.

Sui taxi ha scritto un bel pezzo Federico De Vita su NFA in cui confronta il servizio taxi londinese (in cui vi è concorrenza) con quello di Roma (zero concorrenza), per non parlare poi del servizio pubblico in generale.

Quando ci si chiede il perchè questi politici riescano a vincere e occupare le poltrone per anni e anni la risposta viene anche da qui: mantengono i privilegi di caste che, in caso contrario, si rivolterebbero. A pagarne le spese sono ovviamente tutti i cittadini (la maggior parte) che non è in queste caste (GIOVANI in primis).


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domenica 24 luglio 2011

Disciplina del prezzo dei libri: Petizione al Presidente della Repubblica


Innanzi all’approvazione parlamentare della nuova legge sull’editoria, a coloro che credono sia necessario ed auspicabile che il mercato librario rimanga libero non resta che appellarsi all’autorità del Presidente della Repubblica.
Vi invitiamo a sottoscrivere e a diffondere quanto più possibile questa petizione.


Illustrissimo Sig. Presidente,

il 20 luglio u.s. il Senato ha approvato, in via definitiva, la legge che impone vincoli sugli sconti e le promozioni di vendita dei libri.

Se la legge dovesse entrare in vigore, dal primo settembre il mercato dei libri non sarà più libero: un rigido tetto agli sconti e alle campagne promozionali renderà infatti la fissazione del prezzo dei libri non più soggetta al pieno principio della libera concorrenza, ma sottoposta a vincoli legislativi quanto a tempi e soglie di sconto.Vogliamo sottoporre alla Sua attenzione alcune considerazioni sulla legittimità del provvedimento, chiedendoLe di considerare questa petizione ai fini di un rinvio della legge alle Camere in sede di promulgazione.

La nostra Costituzione riconosce il diritto alla libera iniziativa economica privata, comprimibile dal legislatore solo per fini sociali, da intendersi, secondo consolidata giurisprudenza costituzionale, come inerenti a quei settori in cui, data la particolarità o la scarsità del bene, un regime di libero mercato non riuscirebbe a garantire un’esistenza dignitosa a tutti i cittadini, a prescindere dalle loro condizioni.

Il libro è un bene di uso comune e non vitale. Non è né un bene scarso né sottoposto a un regime di monopolio naturale come le fonti energetiche, né essenziale alla sopravvivenza fisica come un medicinale salvavita. Perché dunque il legislatore dovrebbe imporre la politica dei prezzi di questo mercato, come accadeva in regimi del passato che non sono certo oggi ricordati per il rispetto della libertà dei cittadini, che, come dicevano Sturzo e Einaudi, è unica e indivisibile?

La legge dunque interviene in un settore commerciale che non presenta peculiarità tali da far ritenere legittimo un intervento legislativo per finalità sociali.

Pur ammettendo, per denegata ipotesi, che per fine sociale si possa intendere la promozione della cultura, non si vede come un divieto di fare sconti e promozioni possa agevolare il lettore ad acquistare più libri e accrescere il proprio livello culturale. Come può la limitazione pianificata di sconti e strategie promozionali contribuire alla diffusione della cultura e della lettura? Al più, scoraggerà chi deve fare i conti in tasca con il proprio stipendio ad acquistare libri e deprimerà un mercato già di per sé limitato.

I piccoli librai, come i piccoli editori, riescono ancora a sopravvivere proprio grazie alla possibilità di immaginare strategie di mercato diverse, parallele e alternative basate, ad esempio, su promozioni in occasione di qualche anniversario, sulla fidelizzazione di clienti affezionati che meriterebbero un trattamento di riguardo, sull’accessibilità del commercio elettronico, insomma sulla libertà di concepire un mercato atipico che, con un po’ di fantasia e coraggio, possa affiancarsi ai grandi marchi e fare la sua parte nella promozione della cultura.

I lettori, dal canto loro, non possono che trovare giovamento da strategie di sconti e vendite promozionali in grado, queste sì, di diffondere la cultura della lettura anche tra i giovani e coloro che non dispongono di un reddito medio-alto.

Questo ritorno a un protezionismo interno, peraltro inutile visto che qualsiasi libraio potrà domani acquisire un dominio internet in uno Stato straniero e vendere a sconti liberi la produzione italiana, è allarmante se si pensa che potrebbe essere esteso a qualsiasi altro bene, dal momento che il libro è un bene comune senza caratteristiche tali da rendere compatibile col dettato costituzionale una particolare compressione della libertà economica.

Esso è peraltro contraddittorio rispetto a un indirizzo politico che ritiene una maggiore libertà di intrapresa la cura adeguata alla ripresa dell’economia in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo, secondo quanto dimostra la recente liberalizzazione degli esercizi commerciali nelle città turistiche.

La legge in questione contrasta dunque con l’art. 41 della Costituzione e si profila come irragionevole ex art. 3 della Costituzione, restringendo il mercato dei libri e rendendolo meno accessibile a quanti oggi, tra la popolazione meno abbiente, vengono agevolati all’acquisto da sconti invitanti.

Inoltre, la legge contrasta anche col principio comunitario di libera concorrenza, ormai acquisito nel nostro ordinamento, poiché, di nuovo, non sembrano esservi nel mercato editoriale particolari esigenze di garantire servizi essenziali alla persona tali da giustificare un intervento autoritativo per correggerne le distorsioni.

Per quanto sopra ritenuto, siamo dunque a chiederLe di considerare tali profili di illegittimità costituzionale ai fini di un rinvio alle Camere della legge, che faccia ponderare meglio il Parlamento circa l’opportunità e la compatibilità col nostro sistema costituzionale dell’intervento legislativo in questione.


Invito tutti voi a firmare (come ho fatto anche io) la petizione inserendo un commento in cui specificate di sottoscrivere quanto sopra, specifinando il vostroo NOME, COGNOME e CITTÀ nell'articolo su Chicago-Blog.

Grazie.



lunedì 23 maggio 2011

Questo sarebbe un vero PDL: Popolo della Libertà (Liberista)



Vi segnalo un (a mio giudizio) ottimo articolo apparso sul Sole di sabato firmato da Roberto Perotti in cui si descrive chi è un vero liberista e le differenze tra lui e i falsi liberisti libertari che oggi popolano il Popolo delle Libertà. Buona lettura.

La solitudine di un liberista. A Milano (come in Italia) destra e sinistra restano agli antipodi del mercato

Sono tempi duri per i liberisti. Niente illustra meglio il loro dilemma di ciò che sta avvenendo a Milano, dove sono costretti a scegliere fra uno schieramento storicamente agli antipodi della cultura liberista e un altro che occasionalmente vi si richiama ma nei fatti dimostra di esservi ugualmente estraneo.

Per un liberista è impensabile negare a qualcuno il diritto di praticare la propria religione in modo dignitoso; come tutti, un liberista ha a cuore l'ordine pubblico, ma non lo userebbe mai come scusa per sopprimere le legittime manifestazioni della libertà individuale.
Un liberista crede nella concorrenza, anche delle idee e delle culture; per questo non potrebbe mai allearsi con chi quotidianamente insulta e minaccia stranieri e diversi.
Un liberista crede nella libertà di scelta delle famiglie, ma non ha bisogno di denigrare indiscriminatamente la scuola pubblica.


Piuttosto, cerca di correggerne le tante storture con misure credibili e attuabili, invece di lanciarsi ogni due anni in improbabili riforme epocali, spesso ispirate da zeloti ideologizzati che pretendono d'insegnare due lingue a bambini di undici anni, mentre la scuola è nel caos perché il ministero si dimentica di emettere delle semplici circolari applicative e la ministra preferisce andare agli show televisivi per inneggiare al suo capo di Governo.
Per un liberista essere imprenditore significa chinare la testa e cercare di produrre e innovare: il vero imprenditore ha meglio da fare che cercare favori, sussidi, e soldi pubblici. Un liberista ha quindi poco da spartire con quegli individui, metà politici e metà imprenditori, che ronzano come api intorno alle aziende municipalizzate, alle fondazioni bancarie, alle grandi opere e a ogni occasione per fare qualche colata di cemento o organizzare qualche evento inutile, anche quando si potrebbe fare molto di più per i cittadini con molto meno.

Un liberista è spesso un personaggio grigio e prevedibile, soprattutto quando si tratta di amministrare la cosa pubblica. È molto sospettoso dei voli pindarici e delle "grandi visioni"; sa che spesso sono solo lo strumento per nascondere la mancanza di idee o di competenze per risolvere i problemi dei cittadini. Un liberista crede in un lavoro di sana, grigia ordinaria amministrazione che cerca di risolvere i problemi di tutti i giorni, anche se sono politicamente poco visibili.
Un liberista sa che le nostre città non hanno bisogno di Expo, che scatenano un esercito di parassiti, se non di delinquenti, e distolgono per anni soldi ed energie da un molto più oscuro ma più importante lavoro di risanamento dei quartieri esistenti, che riempia i buchi delle strade, tolga i graffiti dai muri e la spazzatura dalle strade, e faccia funzionare scuole e ospedali. Non hanno bisogno di Gran premi di Formula 1 o di Olimpiadi, ma di aprire e gestire le piscine perché i giovani possano praticare lo sport. Non hanno bisogno di convegni inutili, di kermesse pseudo-culturali, di nuovi musei su argomenti sempre più improbabili, ma di far funzionare i musei che già esistono e che spesso sono un imbarazzo per il nostro Paese.

Per questo un liberista è stanco di una classe dirigente che sembra ispirata a un senso di affarismo ossessivo, nel migliore dei casi ingenuo e infantile, nel peggiore interessato e indifferente al bene pubblico. Una classe dirigente per cui sembra non esistere problema che non possa essere risolto con il cemento, con qualche annuncio a effetto, con qualche privatizzazione di facciata, con qualche grande evento, o con qualche cordata d'imprenditori ben connessi.
A causa di questa infatuazione infantile per il cemento e per gli affari come panacea di ogni male, chi ci rappresenta all'estero si è trovato a lodare pubblicamente un dittatore perché ha avuto la fortuna, negata ai poveri governanti italiani, di poter costruire in pochi anni senza intralci un'intera città - con che risultati estetici e a che prezzo per i suoi sfortunati sudditi non sappiamo, e non interessa. O si è trovato a baciare la mano di un altro dittatore che ci prometteva di salvare una banca nostrana e di riservarci due commesse nel deserto.

Un liberista crede profondamente nella competenza individuale. Per questo è incredulo che ci si riempia la bocca di ricerca, scienza e tecnologia ma per motivi ideologici si possa nominare alla vice-presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche una persona che da anni propaganda tesi che appaiono insensate ed offensive verso intere categorie di persone e la cui designazione perfino Cesare Lombroso, patrono della pseudo-scienza e dell'oscurantismo, troverebbe discutibile. Per questo un liberista non si sente rappresentato da chi, invece che promuovere l'immagine del Paese nei consessi internazionali con proposte costruttive e competenti, lo scredita raccontando barzellette osé e facendo battute sul colore della pelle degli altri governanti, ed è troppo preso da altre faccende per rendersi conto che, a torto o a ragione, nel XXI secolo questo non si può fare.



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